I video “stupidi” di Durham

di - 12 Febbraio 2016
Una delle prime mostre aperte nel 2016, al MAXXI, è la mostra di Jimmie Durham, “Sound and Silliness”. È una mostra piccola piccola – solo quattro pezzi – allestita nella Galleria 5, un po’ una “Galleria d’onore” del MAXXI, quella col finestrone panoramico sulla piazza del museo, che sembra il ponte principale di un’astronave.
Durham, che da qualche anno abita in Europa, tra Berlino e Napoli – ed ha onorato la conferenza stampa di presentazione con una sua visita a sorpresa – ha proposto due opere sonore e due video, definiti da lui stesso, questi ultimi, «sciocchi», in inglese silly appunto. Che in verità sciocchi non sono per niente.
Le opere, tutte concepite in Italia tra il 2005 e il 2013 (quelle sonore con la complicità di R.A.M.), si vogliono attivamente relazionare con lo spazio museale. E sono tutte formalmente semplici e brevi, ma potenti e significative, come sanno essere solo le opere di certi grandi poeti.
Due video brevissimi, muti, disposti quasi come se fossero sculture, e comprensibili insieme in un unico sguardo, condividono la  prima parte dello spazio con una delle due opere sonore, mentre nella seconda parte, davanti al finestrone, l’altra opera sonora è unica protagonista.

I suoni di festosi rondoni (I rondoni di Porta Capuana, 2013, opera realizzata a quattro mani con Maria Thereza Alves per la playlist ornitologica Les Oiseaux) si intrecciano ai due video in cui la figura dell’artista che inventa un nuovo tipo di inchino, giocoso e riverente, per favorire la pace tra i popoli (A Proposal for a New International Genuflexion in Promotion of World Peace, 2007), e un fiore colorato giallo, blu e rosso che esplode al rallentatore da un secchio di vernice, nel quale è stata fatta cadere una pietra (Fleur de pas mal, 2005); mentre lo spazio adiacente la finestra è impregnato da un suono dei vetri rotti (Domestic Glass, 2006), residuo sonoro della performance Deposizione, in cui un tappeto di bicchieri da vino veniva frantumato da una pietra di ossidiana, che l’artista faceva cadere ripetutamente dall’alto di una scala.
Nativo Cherokee, Durham si è da sempre mosso tra gli spazi dell’attivismo e dell’impegno sociale, spesso riempiendo le forme artistiche adottate di volta in volta con riflessioni critiche sulla cultura dominante, sui rapporti tra colonizzatori e colonizzati, sul modo di vita consumista, partendo spesso dal contesto locale (vedi ad esempio la bella mostra della scorsa estate alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, in cui erano disseminati assemblages e objet trouvés realizzati con rifiuti e scarti dell’industria turistica locale).
I rondoni sono uccelli migratori (e Durham ha concepito l’opera con la Alves, che raccoglie e coltiva semi e specie vegetali involontariamente migrate nelle metropoli portuali attraverso le navi) che abitano temporaneamente le nostre città: e Porta Capuana è uno dei posti più suggestivi – e, ultimamente, più degradati – di Napoli. Ed è inutile soffermarci su quanto l’Europa ultimamente sia passaggio non solo di uccelli, ma anche di uomini migratori.

Mentre le pietre, cardine delle riflessioni di Durham sin dagli anni Novanta, diventano elementi funzionali alla trasformazione (anche poetica) della materia: vernice industriale che diventa a sorpresa fiore, o pittura tridimensionale (anzi, quadrimensionale se si considera il tempo), o scultura; e bicchieri da vino, anche qui di produzione industriale, che sono mutati in materiale scultoreo e, in questo caso, sonoro.
Infine, l’inchino-saluto (A Proposal for a New International Genuflexion in Promotion of World Peace), in cui lo stesso Jimmie Durham fa una sorta di inchino molto cerimonioso e pieno di gesti, che ricorda anche certi salamelecchi della cultura medio orientale. È l’opera più umana e antropomorfa delle quattro, che dichiara spudoratamente la volontà di sperare e sognare ancora in un possibile dialogo tra uomini al di là di ogni suddivisione geopolitica e culturale, mai percepito così utopico quanto oggi.
Durham a parte, quello che sorprende è effettivamente il rapporto con lo spazio museale, e soprattutto con lo spazio della Galleria 5, che solitamente si comporta da prima donna capricciosa e dispettosa, sgomitando tra le opere e umiliando i poveri curatori di turno. È uno spazio che resta tanto più ingombrante e invadente quanto lo si costringe a essere quello che non è, cioè mera e piana white box, con varie pannellature e artifici camuffanti; mentre si scopre docile e quasi dolce nell’accogliere le opere se gli si lascia respiro e aria. I lavori di Durham, poi, in questo sono interlocutori perfetti: i video sono visivamente e temporalmente compatti, forti, puntuali, e non trasbordano dallo spazio loro assegnato. Le opere sonore al contrario pervadono tutto, aeree come sono, ma senza interferire con le traiettorie dello sguardo e del movimento.

Si veda al contrario, ad esempio, come una mostra più tradizionale e piena come “Istanbul. Passione, gioia, furore”, attualmente nelle Gallerie 1 e 2, incontri più difficoltà nell’armonizzarsi con lo spazio. Mentre con “Transformers” il discorso muta ancora: molte delle opere di design giganti e coloratissime si fanno apposta strozzare dagli spazi MAXXI per offrire la possibilità di essere attraversate e percorse.
Resta l’impressione che la Zaha Hadid avesse in mente proprio questo tipo di mostre quando ha progettato il MAXXI, che incarnassero una sorta di less is more espositivo, intuito felicemente da Hanru nella sua scelta novellatrice, appena insediatosi, di svuotare tutto il museo e riempire tutto di suoni.
Sono solo poche riflessioni, ma chiunque verrà al timone dopo Hanru si dovrà porre questi problemi, e fare una scelta di campo ben precisa, nello scegliere e pianificare i progetti espositivi da proporre. E calcolare la rotta della nave MAXXI.
Mario Finazzi

Foto in alto: Mario Finazzi

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