LA CIVILTÀ DELLE ESCORT

di - 2 Settembre 2010
Parlar di corpi in vendita, di carnalità mercenaria, di donne
di strada o di appartamento, di serate, night club, privé, e farlo dalla
Puglia, è cosa quasi scontata. Ma far parlare loro, le protagoniste di questa
imperitura vessazione carnale che si chiama dominio maschile, per dirla con
Pierre Bourdieu [1], è cosa un po’ più rara. Già, come sviluppare un’inchiesta
sulla mutazione del mercato prostituzionale proprio quando il fuoco della
stampa nazionale tende a bruciare la realtà con la benzina del gossip, a
offuscare le ragioni del consumo di sesso appiattendole sulle preferenze del
caimano di turno e di qualche più o meno eminente pescecane.

Ma le cose non stanno proprio così, e il fenomeno è più
diffuso e stratificato di quanto si creda. Noi ci fermiamo per ora alle escort,
perché sono l’emblema “narcinico, a volte narciso a volte cinico” [2], di una trasformazione
globale del rapporto tra corpo e mercati del corpo che fa del loro lavoro un’esplicita
– perché autodefinitoria – forma d’arte meccanica, più o meno riproducibile.

“Siamo tante, forse anche troppe, a farlo nelle feste e
nei party. A venderci. Straniere, italiane. Non siamo tutte sudamericane, non
facciamo tutte le stesse cose, ma se ci chiami escort, sai cosa siamo
(Venezuelana). Le escort
sudamericane hanno un’età indefinibile. Possono essere giovani quanto mature,
ma mai caduche nella venustà. La cura del corpo – quale oggetto da vendere ed
esporre, quasi fosse un bel carapace di cui spogliarsi finita la prestazione –
è al centro delle faccende di queste donne.

Questa cura del corpo discende da ciò che Paola Borgna
definisce “idea del corpo come oggetto di scelte e di opzioni” [3], dove la mercificazione di
sé è il conforto per la trasformazione del corpo e non viceversa. Siamo nel
campo di ciò che ci suggerisce Zygmunt Bauman: quanto l’ineluttabilità dell’obsolescenza
del corpo come preludio della morte sia stato sempre oggetto di conoscenza e
scomposizione per rintracciare le vie fisiche, e oltrefisiche (religiose,
chirurgico-estetiche, robotiche e cibernetiche), di un possibile rinvio della
dipartita.

Borgna dice che “nelle società contemporanee la politica di
sopravvivenza – il
self
care – va traducendosi in un’attenzione verso il corpo come compito e dovere
primario
”. E non
è questo avanguardismo della cura che ci confessa la nostra escort? Che
modificare il corpo è l’imperativo postmoderno che garantisce la sopravvivenza,
oltre il rischio premoderno della morte fisica come negazione dell’esistenza
individuale?
Ci viene da dire che questo è tanto più vero in un paese,
l’Italia, dove finanche il Presidente del Consiglio non disdegna di rinviare
l’obsolescenza del proprio corpo facendo ricorso a costosi interventi di
chirurgia plastico-estetica: non per sottrarsi porzioni visibili e palpabili di
tempo perduto, ma per obbedire all’imperativo postmoderno della negazione
individualizzata della morte. Ciascuno insegue la propria immortalità come può
e come crede [4]!

Ora, quel che non avviene di prassi tra le prostitute di
strada – mantenere un’igiene perfetta, curare la propria avvenenza oltre la
norma, in definitiva appiattire il quotidiano sull’estetica individuale – è
forse la principale (pre)occupazione di una escort. Estesa è la pratica
dell’aggiustamento di sé, un tentativo di mantenersi al di qua della linea del
tempo, trincerate in una dimensione corporea che collide con il tempo, e che ha
le sue ovvie ragioni psicologiche e di mercato: la paura di perdere clienti
avvantaggiando più giovani competitrici. Ecco perché abbiamo voluto
intervistare una giovanissima escort. Una ragazza rumena di 20 anni soltanto. “Faccio
questo lavoro da quando sono in Italia, ma sono fortunata, perché non faccio
più la strada. Sono scesa a Bari dove avevo un’amica. Lei lavorava per strada,
ma non mi ha mai fatto conoscere quelli che le stanno sopra. Mi ha detto di non
fare mai la strada, perché prima o poi impazzisci. Avevo dei soldi da parte e
mi sono fittata un appartamento. Ho messo degli annunci sui giornali e su
internet e ho cominciato a trovare dei clienti. All’inizio ero spaventata, ma
quando hai fatto la strada, niente ti fa più tanta paura. Così ho fatto e così
faccio ancora. Vivo da sola, in questa casa. Ho comprato i mobili, un bel
letto, ho un bel bagno… così i clienti sono sempre contenti. Ogni giorno
viene una signora italiana che mi fa le pulizie e chiacchiera con me. Mi
racconta dei suoi figli e mi dice che devo smettere di fare questo lavoro, ma
lei non capisce che io non so fare nient’altro. Se dico che voglio fare la
contadina, chi mi prende? Sono silenziosa e dormo tanto. E non sto quasi mai in
casa, solo quando viene qualcuno a trovarmi. Ma se non viene nessuno, vado in
palestra per svagarmi, o esco a trovare delle amiche rumene
”.


Non pare impensierita dallo scorrere del tempo e dalla
caducità della bellezza, quanto piuttosto fanciullescamente portata a muovere
il corpo per mantenersi in salute divertendosi. Per ora. Ed è così, timida e
fanciulla, neghittosa e quasi sfaccendata, che ci si è mostrata questa ragazza
poco più che adolescente. Ritrosa, quasi, nel raccontare la sua “vita” attuale,
e incapace di prevedere ciò che l’aspetta nel futuro. In questo magma
mercantile dove l’industria della chirurgia estetica le assegnerà il compito di
far propaganda di sé presso i dominanti.

[1] Cfr. P. Bourdieu, Il dominio maschile, trad. it., Feltrinelli, Milano 1998.

[2] La definizione è di Dany-Robert Dufour, Créateurs en mal de provocation. Du second degré dans l’art
contemporain
, in Le Monde Diplomatique, aprile 2010.

[3] P. Borgna, Sociologia del corpo, Laterza, Roma-Bari 2005.

[4] A soffermarcisi, in un recente saggio dal chiaro sapore di
critica della corporeità del politico, è stato Marco Belpoliti, Il corpo del
capo
, Guanda, Parma
2009; cfr. in proposito “Il corpo di Silvio. Amen”, in Exibart.onpaper, n. 57, giugno-luglio 2009.

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leonardo palmisano


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 66. Te l’eri
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