LAISSEZ FAIRE, LAISSEZ CHANGER |

di - 7 Gennaio 2008
Sulla spinta delle novità portate dalle neo-avanguardie, la fotografia italiana degli inizi degli anni ‘70 è segnata da due eventi importanti: la realizzazione, da parte di Ugo Mulas, della sua famosa ricerca dal titolo Le verifiche, poco prima della morte, avvenuta nel 1973; la presenza di Franco Vaccari nel 1972 alla Biennale di Venezia con la sua Esposizione in tempo reale. Lascia una traccia fotografica del tuo passaggio. Questi due lavori indicano un processo che sta prendendo avvio: una sistematica e profonda riflessione sui codici e lo statuto della fotografia che, lento agli inizi, darà i suoi frutti fra gli anni ‘80 e ‘90. La fotografia, trovatasi, come scrive Franco Vaccari, al centro di quella “catastrofe semantica” che investe tutta la comunicazione, cambia pelle: definitivamente sollevata dal medium televisivo dalla sua tradizionale funzione informativa e narrativa (sono questi gli anni dell’inizio della crisi irreversibile del reportage), prende significati variegati, molto interessanti, e dopo essere diventata indispensabile elemento di interazione nelle performance e nelle azioni di Body Art e di Land Art ed elemento costitutivo nell’Arte Concettuale e nella Narrative Art, supera il suo storico legame con la pittura e inizia ad agire non più come forma di “rappresentazione”, ma come forma di relazione e di esperienza nei riguardi del reale.
Questa nuova progettualità è “legittimata” dalla pubblicazione di studi teorici e storici che danno il via allo “sdoganamento” della fotografia come forma di arte autonoma. Infatti, al moltiplicarsi degli studi sui mass media e delle ipotesi teoriche in campo semiologico, antropologico, sociologico degli anni ‘60 (da Barthes a Jakobson, da Greimas a De Saussure, da Chomsky a Eco, da Lévi-Strauss a Baudrillard), fa seguito, fra anni ‘60 e, in crescendo, anni ‘70, una pioggia di importanti contributi specifici sulla fotografia che vengono tradotti in Italia: un vero bagaglio che accompagna gli operatori in quegli anni, e basti qui ricordare ancora Barthes, Benjamin, Kracauer, McLuhan, Gernsheim, Newhall, Freund, Sontag, Scharf, Bourdieu, Vaccari stesso. Sono anni nei quali il dibattito sull’identità della fotografia inizia ad aprirsi anche in Italia (ma più che di statuto della fotografia si parlava allora di “linguaggio”, di “creatività”, di “sperimentazione”).
Il 1979 è un anno cruciale: le molte mostre e seminari della manifestazione Venezia 79. La fotografia e il primo convegno sulla Fotografia come bene culturale che si tiene a Modena costituiscono due momenti di riferimento. Ma sempre nel 1979 esce anche il fondamentale contributo teorico di Franco Vaccari Fotografia e inconscio tecnologico. Autori come Mimmo Jodice, Franco Vimercati, Paolo Gioli, Cesare Leonardi, Guido Guidi, Mario Cresci, Luigi Ghirri lavorano a costruire una nuova identità della fotografia italiana nella direzione della ricerca artistica. Se a questi nomi aggiungiamo quelli di Franco Vaccari, Luca Patella, Aldo Tagliaferro, Bruno Di Bello, Adriano Altamira, Giorgio Ciam, lo scenario assai complesso di una fotografia che diventa arte adulta comincia a definirsi. Se aggiungiamo poi che in quegli anni altri artisti ancora, come Vincenzo Agnetti, Cioni Carpi, Franco Guerzoni, Luigi Ontani, Giulio Paolini, Claudio Parmiggiani, Michele Zaza, Michelangelo Pistoletto, Giovanni Anselmo, Giuseppe Penone utilizzano la fotografia nel loro lavoro, la geografia di questa complessità si fa ancora più forte.
Tutto questo avviene però in una situazione non facile: il mercato dell’arte sostanzialmente non si apre ancora alla fotografia, l’editoria è ancora fragile, poche le gallerie di fotografia esistenti (in testa a tutte Il Diaframma di Milano, diretto da Lanfranco Colombo), la presenza della fotografia nelle istituzioni pubbliche pressoché inesistente, solo sporadico l’insegnamento della fotografia nelle università, nelle accademie, nelle scuole (fanno eccezione l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove insegna Mimmo Jodice, il Dams di Bologna, dove insegna Paolo Monti, gli storici corsi di fotografia della Umanitaria di Milano).

In questo clima vivace e ricco di idee ma molto povero di strutture di comunicazione e di organizzazione che perdura anche nei primi anni ‘80, Luigi Ghirri, non solo artista ma anche intelligente organizzatore culturale, elabora una serie di progetti di indagine sul paesaggio italiano destinati a influenzare profondamente gli sviluppi della fotografia italiana contemporanea e a determinarne, in un certo senso, l’identità futura. Il 1984 è l’anno di Viaggio in Italia, che vede il concorso di venti fotografi, da Ghirri a Basilico a Chiaramonte, da Guidi a Castella a Barbieri, da Fossati a Ventura a Leone, Garzia, Cresci, White, Jodice, e costruisce il disegno di una nuova visione della realtà italiana contemporanea attraverso la fotografia: lontana dal reportage sensazionale o pietistico, dall’analisi formalistica e forzatamente “creativa”, dai luoghi comuni, e invece volta a “ricomporre l’immagine di un luogo, e antropologico e geografico” per “avventura del pensiero e dello sguardo”, che ci parla anche della “necessità di compiere un viaggio nel nuovo della fotografia italiana”.
È la prima volta che un progetto che intenda dare basi teoriche e strategie culturali alla fotografia viene costruito su basi nazionali. Esso dà l’avvio a una prolungata e rigenerante riflessione sui concetti stessi di paesaggio, mondo esterno, luogo, e contemporaneamente sul ruolo culturale del fotografo, e provoca una innumerevole serie di ricerche e di operazioni di lettura sul paesaggio che si svolgeranno in Italia a partire da quel momento fino a tutti gli anni ‘90 e oltre, e che vedranno come nuovi committenti dei fotografi gli enti pubblici in ripetute campagne fotografiche.

A raccogliere il senso di queste esperienze e a convogliarle con metodo dentro un contenitore istituzionale è il progetto Archivio dello spazio, parte del più ampio progetto Beni Architettonici e Ambientali della Provincia di Milano, serie di campagne fotografiche sul territorio della Provincia di Milano che, durate dieci anni, dal 1987 al 1997, e accompagnate da mostre, convegni, conferenze, portano a una collezione di 8mila fotografie di quasi sessanta importanti autori italiani. Da Archivio dello spazio nasce l’idea di un museo per la fotografia, che, dopo un periodo di progettazione sempre accompagnato da progetti di committenza pubblica, viene inaugurato nel 2004: è il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, il primo museo di fotografia finanziato pubblicamente in Italia (il Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari, nato a Firenze nei primi anni ‘80 e sostanzialmente dedicato alla fotografia antica, è privato), e completamente dedicato alla fotografia contemporanea e alle sue trasformazioni. La nascita del museo è tardiva, ma importante, e assume il significato simbolico di un coronamento del processo di miglioramento che aveva investito tutti gli anni ‘90.
In quel decennio, infatti, si registra in Italia un netto incremento qualititativo delle produzioni editoriali in campo fotografico (una flessione, invece, delle riviste, molto più importanti e significative negli anni ‘60-‘70-‘80, vedi ad esempio, a rappresentare i tre decenni, “Fotografia Italiana”, “Progresso Fotografico”, “Fotologia”); una migliore collocazione dell’insegnamento della fotografia nelle università e nelle accademie; la presenza abbastanza costante di mostre di fotografia nelle gallerie d’arte moderna e contemporanea (Gam di Bologna, Gam di Torino, Castello di Rivoli, Galleria Civica di Modena, Castello di Rivoli, Palazzo delle Esposizioni di Roma, per fare solo qualche esempio) e l’avvio, seppur lento, di un collezionismo pubblico per la fotografia; il moltiplicarsi delle gallerie specializzate in fotografia e la sistematica apertura delle gallerie d’arte alla fotografia, con la nascita di un giovane collezionismo privato.

Sul piano istituzionale, va sottolineato il fatto che nel 1999 la fotografia diviene finalmente bene culturale per la legge italiana, e come tale è ufficialmente oggetto di conservazione, catalogazione, restauro; sempre nel 1999 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali mette a punto una scheda per la catalogazione della fotografia. In anni recenti, infine, lo stato italiano si è impegnato nell’organizzazione di alcuni progetti di committenza pubblica sullo stato del paesaggio italiano, fra i quali Atlante 003 e Atlante 007. Rischio paesaggio, con una mostra al Maxxi di Roma, costituiscono gli episodi più rilevanti.

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roberta valtorta

*foto in alto: Guido Guidi – Villa dei sogni – 1971


*articolo pubblicato in traduzione francese su Exibart.photo

[exibart]

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