Le gallerie francesi a nudo. Le inglesi… in Svizzera!

di - 22 Febbraio 2006

Su Le Monde del 18 febbraio scorso, ampio spazio è dato ai risultati di un’inchiesta condotta da un autorevole istituto di ricerche di mercato, il CSA, sull’attività delle gallerie d’arte private francesi. Patrick Bongers, presidente del Comité professionel des galeries d’art che ha commissionato la ricerca, ha spiegato che il progetto è orientato a quantificare il peso degli operatori privati nel mercato dell’arte, settore economico nel quale, fino ad oggi, gli unici dati ufficiali riguardano le vendite pubbliche delle case d’asta.
In effetti spesso noi stessi abbiamo denunciato una lacuna grave che rende tutti i ragionamenti sul nuovo mercato dell’arte oziosi. Nonostante alcuni isolati tentativi, per altro penalizzati da non poche incongruenze (si pensi all’ultima indagine di Nomisma che abbiamo commentato con Stefano Stanzani, responsabile scientifico, un annetto fa), stiamo ancora al punto che ognuno può dire tutto e il contrario di tutto, perché i dati sono pochi e discutibili.
L’indagine francese, svoltasi tra novembre e dicembre del 2005, ha ottenuto il riscontro di 230 gallerie, sulle 375 contattate, anche se solo il 59% del campione, ammette il responsabile del sondaggio Jean-Daniel Lévy, ha accettato di fornire anche dati specifici di natura finanziaria. Non saremo alla trasparenza totale ma un primo passo pare essere stato fatto.
E veniamo ai risultati, invero eclatanti. A fronte di un fatturato di 127 milioni di euro stimato per le vendite pubbliche, le statistiche attribuiscono un giro d’affari di ben 640 milioni di euro agli operatori privati, più o meno 5 volte tanto, a dimostrazione –dice Bongers– che sono i galleristi i veri protagonisti dell’economia di mercato nel campo delle opere d’arte.
Mediamente, si calcola che una galleria d’arte francese muova un giro d’affari di 797.878 euro. Il 49% degli intervistati si è dichiarato molto soddisfatto della propria attività, cosa che, rileva Bongers con un pizzico di autocritica, contrasta con l’abitudine dei colleghi di piangere sempre il morto.
Altri dati significativi permettono di tracciare un identikit della tipica galleria transalpina: locali di 178 metri quadrati di media, un centinaio di visite settimanali, gestione del titolare affiancato da due dipendenti, per lo più mal pagati: 18.624 euro lordi l’anno. Una scuderia tipo si compone di 15 artisti, i 2/3 dei quali operanti in Francia. Peccato che il sondaggio non rilevi la percentuale di questi in esclusiva, impedendo di fatto di calcolare l’incidenza di eventuali commissioni.
Il 27% delle vendite è fatta all’estero e un misero 6% riguarda le istituzioni pubbliche. Questo dato non sorprende la nota gallerista Nathalie Obadia che commenta: i prezzi delle opere salgono e i budget pubblici diminuiscono; conosco collezionisti che, a titolo privato, investono ogni anno 5 volte il budget di un Frac (il Fond Régional d’Art Contemporain).
Nel complesso emerge, dalla parte delle gallerie, uno scenario di gran dinamismo, tra mostre, iniziative editoriali, presenza sulle piazze estere più importanti, e ciò a dispetto di una stasi preoccupante del mercato francese ed un ristagno dei prezzi che dura ormai dal 2001, come si evince da un approfondimento di dicembre 2005 pubblicato da Artprice.com.
Ma non tutti i conti tornano e, al di là della notizia, a noi piace fare le pulci. E allora perché il rapporto non è stato reso pubblico? Perché non sono stati diffusi i nomi delle gallerie intervistate? E ancora: perché le gallerie accettano simili iniziative solo quando provengono dalle loro stesse associazioni di categoria? D’altro canto che gli auto- sondaggi non siano il massimo della vita in Italia lo sappiamo bene.
Manca ancora una cosa perché, a margine, Le Monde lancia un allarme, che riguarda i primi effetti dell’applicazione dello spauracchio droit de suite. Per chi non lo sapesse ancora, si tratta del diritto introdotto dal Parlamento dell’UE, che prevede il riconoscimento all’autore una percentuale sul prezzo delle proprie opere in occasione delle vendite successive alla prima (la direttiva 2001/84/CE obbligava gli stati membri all’adeguamento entro il 01.01.2006). Saremmo infatti alla vigilia di una vera e propria rivoluzione dell’istituto della galleria, con quelle più potenti, le britanniche in testa, che starebbero pianificando delocalizzazioni massicce e aperture di grappoli di succursali. Dove? Ma nel paradiso svizzero ovviamente o, magari, fuori dell’Europa, a New York o Tokio, dove il droit de suite, guarda un po’, non vale. Oltre al danno (per gli artisti) la beffa: il discusso droit potrebbe dunque trasformarsi in un boomerang per i paesi che lo adottano. Sarà vero? In verità abbiamo notizia di mozioni fatte per allineare almeno il paese elvetico all’UE, ma… chi ci crede?

articoli correlati
L’intervista di Exibart a Stefano Stanzani sul rapporto Nomisma

link correlati
Il Comité delle gallerie francesi
Il sito dell’istituto di ricerche CSA
L’approfondimento sul mercato francese di Artprice

alfredo sigolo

[exibart]

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