L’Italia dell’arte è rimasta divisa a metà. E ora? |

di - 1 Gennaio 2017
Come si è svolto il 2016 dell’arte in Italia? C’è davvero, come sostengono tutti, un aumento dei consumi culturali e artistici o, tutto sommato, i numeri del consumo sono sostanzialmente gli stessi? Quali mostre hanno avuto successo? Produzioni nazionali o internazionali? Quali impatti potenziali sul territorio? E ancora: il mercato delle case d’asta italiane avrà confermato la propria performance nel 2016 o, piuttosto, la crescita dell’anno scorso era più dettata dagli effetti congiunturali? In che modo, ancora, incide la regolamentazione?
Sono domande di routine, che si ripetono, anno dopo anno. E anno dopo anno si ripete anche la divisione delle prospettive: da un lato gli entusiasti, che sottolineano l’aumento costante dei consumi culturali, dall’altro invece coloro che assumono un atteggiamento critico, individuando lacune, evidenziando performance poco favorevoli.
Partiamo dunque con un dato d’insieme, che pur non coinvolgendo direttamente il mercato artistico è comunque segnale di una “sensibilità” tutta nostrana verso la “bellezza”: secondo il rapporto BES (Benessere Equo Sostenibile) dell’Istat, nel 2016 “Il quadro complessivo che emerge dagli indicatori sul paesaggio e sulla ricchezza e la qualità del patrimonio culturale segnala in molti casi difficoltà e arretramenti”.
A queste conclusioni si giunge guardando il livello di conservazione del nostro patrimonio, la spesa pubblica ad esso destinata e, soprattutto, prendendo atto che con il perseverare di condizioni economiche di certo non favorevoli, i cittadini sono più preoccupati per il degrado che circonda i loro ambienti di vita che sullo stato di conservazione del paesaggio.
Se dunque su questo versante le riflessioni Istat parlano chiaro, sul versante della fruizione artistica in Italia i dati sono meno univoci.
Guardando i dati relativi alle big exhibitions, ossia le mostre rivolte al più vasto pubblico possibile, emergono alcuni dati degni di nota:

In primo luogo emerge sicuramente il ruolo del “brand” di alcune correnti e/o artisti. Fatte salve alcune eccezioni, il periodo preferito dagli italiani è sicuramente quello che va dall’Impressionismo alle avanguardie storiche, mostrando come ancora una volta l’arte possa essere assimilata sul versante dei consumi, a quello che è stato definito il mercato delle superstar: nomi come Picasso, Monet, Mirò e Van Gogh, hanno lo stesso valore di brand che possono avere per il mercato del lusso, nomi come Chanel, Armani, Gucci, etc.
In secondo luogo emerge un dato soprattutto geografico, con l’area settentrionale del nostro Paese che gioca un ruolo di quasi monopolio e con Roma che rappresenta il limite meridionale dell’offerta culturale italiana. A questi dati si affiancano quelli relativi alla spesa pubblica, forniti sempre dal rapporto BES Istat, secondo il quale le amministrazioni comunali meridionali spendono meno di un terzo di quelli settentrionali, con la Campania fanalino di coda per il biennio 2013-2014.

Poco cambia sul versante delle aste, in cui, ancora una volta, Roma rappresenta il punto più a sud del mercato domestico, nel quale l’Italia rappresenta uno scarso 1% dell’intero giro d’affari mondiale.

Prima di parlare dunque dell’Italia e dei suoi mercati internazionali, bisognerebbe avviare un discorso (serio, per cortesia) su come cercare di stimolare domanda e offerta di contenuti culturali su tutto il nostro territorio. 
Non basta veicolare finanziamenti per fare corsi di formazione, come è stato fatto praticamente con la maggior parte dei fondi europei del precedente settennato. È necessario avviare una politica culturale di “educazione” alla cultura, una serie di misure che permettano a chi vive nel sud del nostro Paese, di godere delle medesime condizioni culturali di chi vive al Nord. La situazione su questo versante è delicata e perché ci sia un reale miglioramento è necessario operare con lucidità per stimolare un mercato in cui non solo l’offerta, ma anche la domanda, stentano a crescere.
Certo, non è una questione semplice da risolvere, ma sicuramente ci sono delle attività che potrebbero essere realizzate per tentare un’inversione di marcia: al sud operano organizzazioni attrattive, e ci sono città, come ad esempio Napoli o Salerno, che rappresentano dei centri culturali molto attivi. Bisognerebbe in primo luogo potenziare e valorizzare queste realtà che spesso non hanno bisogno di finanziamenti ma semplicemente di una pubblica amministrazione più “attenta”, che riconosca il loro valore di attrattore culturale e che quindi garantisca nei loro riguardi dei tempi burocratici ridotti. Si potrebbe studiare, di concerto con le Regioni, il reale fabbisogno culturale, stimolando un’offerta in grado di aumentare realmente il consumo territoriale. Si potrebbero immaginare una serie di azioni volte ad aumentare la competitività del comparto, quali ad esempio una politica fiscale unitaria per le ICC, la previsione di canoni di locazione calmierati per gli spazi “vuoti” all’interno dei centri storici, o azioni volte ad incrementare la circuitazione nazionale di cultura, sia nei settori delle arti visive che nel campo dello spettacolo dal vivo. Si potrebbe infine creare una serie di erogazioni che rispondano alle necessità di un territorio che è diverso dal resto d’Italia, così da stimolare un’imprenditoria che non è tanto spaventata dall’investimento iniziale, quanto dai costi fiscali e previdenziali. SI potrebbe infine stimolare il ruolo delle fondazioni, la cui presenza dirada man mano che si scende lungo lo stivale.
Certo al Sud non manca il potenziale culturale, e certo che il nostro Paese dispone di mezzi a sufficienza per agire in modo concreto su queste tematiche, e sono troppi anni che le condizioni rimangono immutate per pensare ad un semplice “errore di distrazione”.
Stefano Monti

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