Quel pasticciaccio tra lusso e cultura

di - 13 Novembre 2015
Capita, talvolta, che il susseguirsi di eventi, non necessariamente correlati tra loro, riesca a fornire nuovi spunti per poter interpretare delle dinamiche poco chiare, o la cui chiave di lettura ci è ignota. Quando accade, l’immaginario comune vuole questi eventi coincidenze, anche se non sempre lo sono.
A esempio, non è coincidenza che nei giorni scorsi si siano tenuti in due luoghi diversi ma quasi contemporaneamente, due eventi: gli Stati Generali della Cultura (Roma) e l’Osservatorio Altagamma 2015 (Milano).
Due eventi separati, è vero, ma legati da un nodo cruciale per entrambe le tematiche (Lusso e Cultura) e che entrambe amabilmente tacciono e fingono di ignorare.
Questo nodo è qualcosa che, né a Roma, né a Milano è stato detto: la legge Art Bonus, vanto del Ministro, non è stata completamente attuata. Manca infatti l’attuazione di un articolo cruciale (il 13 bis), mai avvenuta dall’Estate 2014 e di cui nessuno parla.
Si tratta dell’articolo che prevede la costituzione di un tavolo interministeriale, per recuperare risorse dal cosiddetto “Tax Free Shopping Turisti”, da quel servizio, cioè, che prevede in rimborso dell’IVA sullo shopping degli stessi, servizio gestito da Società private, che rimborsano da decenni il 25/30% meno dell’IVA dovuta e che lo Stato rinuncia ad incassare.
Poiché è risaputo (lo sa benissimo il MEF, ad esempio) che una parte di questa differenza viene introitata dai maggiori brand del Lusso/Moda a scopo di fidelizzazione per lo svolgimento nei loro punti vendita di un servizio tanto lucrativo, lo scopo del tavolo era e rimane quello di rivedere la normativa per far emergere tali risorse ed utilizzarle, in parte, per finanziare attrazione di Turisti e miglioramenti al Patrimonio Culturale.

Questo processo non è una novità, sono anni che grandi case di prodotti di lusso incassano legittimamente risorse a loro non destinate. Ed è per questo motivo che l’attuale esecutivo voleva porre fine a questa “tradizione”, inserendo quel famoso articolo 13 bis all’interno del super pubblicizzato Artbonus.
Così mentre a Milano un nutrito gruppo di Aziende del Lusso / Moda, celebrava la crescita delle vendite del settore di loro produzione e commercio, che, nei primi 9 mesi del 2015, vede un significativo +19% per gli acquisti dei Turisti non EU in Italia, a Roma il Ministro lanciava un appello ai “Mecenati” affinché stanziassero risorse per il recupero del Patrimonio Culturale, facendo tesoro degli sgravi fiscali introdotti dalla Legge Art Bonus.
Quindi da un lato lo Stato si appella al buon cuore delle imprese italiane, facendo riferimento ad un decreto (l’Artbonus, appunto) che in realtà, come è stato più volte dimostrato, è più attraente per i piccoli risparmiatori che per le imprese, e dall’altro evita di esigere da una parte di questi imprenditori mecenati, delle somme che invece gli sono dovute.
Guardandola con poesia, è come se lo Stato a Milano non guardasse in faccia la realtà delle cose perché troppo chino a Roma nel chiedere agli imprenditori finanziamenti per la cultura.
Ma dato che dopo decenni, non si può più parlare di “errore” ma di “conferma”, si può senza ombra di dubbio affermare a questo punto che lo Stato, così come le società di intermediazione che gestiscono i flussi monetari legati al fenomeno, applichi nei confronti del Lusso le medesime politiche di fidelizzazione.

Lo scopo dell’articolo 13 bis era, ed è, quello di rivedere la normativa per far emergere tali risorse ed utilizzarle, in parte, per finanziare attrazione di Turisti e miglioramenti al Patrimonio Culturale. A tal riguardo va detto che il Tavolo è stato in effetti convocato, sia pure con grave ritardo, nel Febbraio 2015, ma da 9 mesi (invece dei 5 previsti) non se ne sa più nulla. Nessuno ne parla.
Ci si domanda allora: perché il Ministro, che sa bene tutto ciò, essendo stato colui che ha voluto l’inserimento dell’art 13 bis addirittura con il consenso unanime delle opposizioni, non dice nulla a riguardo?
Perché invoca “Mecenati” quando sa benissimo che una parte non indifferente di tali potenziali mecenati introita qualche centinaio di milioni di Euro all’anno a loro non destinati, che l’attuazione del 13 bis farebbe cessare e confluire verso un utilizzo di promozione/attrazione di Turismo e riqualificazione del Patrimonio Culturale?
Perché la stampa, che della faccenda è ormai abbondantemente informata, non dedica una parola alla questione e si limita a riportare dati e comunicati stampa?
Si badi bene che se fosse una policy dichiarata, sarebbe un altro paio di maniche: il lusso, il made in italy, sono brand di alta attrattività per il nostro territorio, e quindi se questa voce di spesa per il Bilancio Italiano fosse inserita nella categoria di promozione del turismo, non ci sarebbero problemi di sorta.
Ma non più tardi di qualche mese fa il Ministro della Cultura e del Turismo in carica, presentando le sue intenzioni di valorizzazione dei percorsi a piedi (i cammini), delle ciclovie, delle Case Cantoniere per un Turismo diffuso, si spingeva a dire che “non interessano i Cinesi che sbarcano solo per andare all’Outlet” (sic).
Possibile che abbia potuto dire una cosa del genere senza essere ripreso dall’opinione pubblica?

A stagliarsi da questa scenografia, per arrivare agli onori della ribalta, non è una contraddizione in termini che dovrebbe essere sulla bocca di tutti, ma la costituzione di un ENIT rinnovato, cui si mettono a disposizione 10 milioni di Euro aggiuntivi; è lo stanziamento di 260 milioni di euro che il MISE ha destinato ad eventi di sostegno alla Moda, al fine di migliorare le condizioni dell’export!
Ma, di grazia, vogliamo davvero chiamare consumo domestico l’acquisto di quei quasi 10 miliardi di euro all’anno che i turisti fanno nei negozi italiani? Può anche esserlo per le statistiche, ma non certo nella sostanza! Nella pratica, questo è un Export che crea un valore aggiunto almeno triplo rispetto all’Export Industriale che vuole sostenere il Mise: si tratta di un Export acquistato a prezzo al dettaglio, con beneficio non solo per l’Industria, ma anche per il Commercio nazionale e induce una spesa aggiuntiva per il soggiorno ed il consumo Turistico!
A guardare bene le cose, sarebbe forse il caso di indurre questi soggetti a stanziare, per poter avere accesso a quei fondi messi a disposizione, parte delle risorse derivanti dal Tax Free Shopping alla Cultura, al Turismo, al fine di rendere più attrattivo il nostro Paese, per fare in modo che quei turisti che vanno negli outlet a fare acquisti, siano invogliati a vedere anche altro, a godersi parte di quel patrimonio culturale, artistico e paesaggistico che l’Italia rappresenta nel mondo, e che loro, con i propri acquisti, hanno contribuito a mantenere vivo.
Questa potrebbe essere una buona policy, che crea legame tra prodotto, territorio ed acquirente; una di quelle policy che tutti i grandi brand evocano all’interno dei loro bilanci di sostenibilità sociale, una di quelle norme eque ed efficienti che ciascun Governo o Parlamento vorrebbe poter siglare.
Perché dunque questa norma non ha trovato concreta attuazione, proprio nell’anno dell’Expo a Milano?
Se non si vuol credere alla stupidità, bisogna pur trovare qualche altro motivo.
E dato che non crediamo alla stupidità…
Stefano Monti ed Arturo Aletti

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