UN SACCO BELLO

di - 30 Agosto 2010
Anche varie riviste
di primo piano cominciano a dedicare uno spazio crescente, ciascuna
naturalmente con il proprio approccio e la propria cifra editoriale, a queste
operazioni di “archeologia della memoria”. E il progetto Back to the future appena annunciato da Francesco
Manacorda sugli artisti under-recognized (centrato sugli anni ‘60 e ancora una
volta, non a caso, sugli anni ‘70) per la prossima Artissima va nella stessa
direzione. A cosa si deve questo interesse? Cosa significa?

Partiamo dalla
seconda domanda. Il primo aspetto, abbastanza chiaro, è che forse è venuto il
momento di mettere in discussione il dogma secondo cui, quando un’operazione
artistica è interessante, o viene riconosciuta subito, pienamente e
definitivamente, o è destinata all’oblio perpetuo. I contro-esempi peraltro
abbondavano già prima, ma adesso, con l’affermarsi di questa nuova tendenza, la
differenza è che non sarà più trendy pensarlo. Certo, fa sempre specie
constatare quanta parte del mondo dell’arte non abbia il coraggio di sviluppare
forme di pensiero e metri di valutazione autonomi, e abbia sempre bisogno di
sentirsi dire da altri cosa è giusto apprezzare e perché. Ma tant’è.

Un secondo
aspetto è che, e ancora una volta non si tratta di un pensiero particolarmente
originale, ogni periodo matura necessariamente uno sguardo retrospettivo
sull’arte del passato prossimo che, con il prodursi di una lontananza
temporale, conferisce alle espressioni artistiche di quel periodo un’aura
nuova, che ribalta il senso di “già visto” legato alla fase dell’attualità
appena passata (ovvero a una distanza temporale ancora troppo ridotta), e che
può anche essere particolarmente seducente in presenza di determinate condizioni
ambientali.


È proprio quello che si verifica oggi, in un momento in cui l’arte
“attuale” sembra aver preso una cotta per l’archivio come dispositivo e per il
lavoro d’archivio come pratica, e quindi guarda affascinata al periodo che
meglio si presta a essere recuperato e riletto in questo senso: gli anni ‘70,
appunto.

E veniamo allora alla prima domanda: perché? Molto semplicemente si
sta diffondendo una consapevolezza sempre più diffusa dei guasti che produce
una tensione all’inseguimento dell’attualità talmente spasmodica da dare luogo
a effetti paradossali e spesso involontariamente ridicoli, oltre che
naturalmente a bruciare artisti che in altre condizioni avrebbero potuto
conoscere sviluppi più promettenti. Il ragionare su percorsi artistici maturi e
completi, anche se a loro tempo non baciati da un immediato riconoscimento, o
progressivamente messi in ombra dopo una prima fase di interesse, consente un
lavoro diverso dalla superficiale, nevrotica bulimia del talent scout.


Un
lavoro di ricostruzione concettuale, di scavo documentale, di analisi critica
permette finalmente di ridare al ragionamento sull’arte il respiro di cui ha
bisogno, potendo allo stesso tempo contare sul pathos della scoperta che non
può naturalmente essere più provato con gli artisti ampiamente legittimati e
storicizzati.

Credo quindi che, per una volta, questa tendenza potrebbe
produrre un effetto positivo e aiutare a ritrovare una voglia e una capacità di
sguardo sull’arte più profondo, più curioso, più disposto a concedere tempo.

pier luigi sacco

pro-rettore alla
comunicazione e all’editoria e direttore del dipartimento delle arti e del
disegno industriale – università iuav – venezia


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper
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