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di - 24 Ottobre 2010
Milano
sente il morso della crisi e dunque la necessità di reinventarsi. Le
presentazioni della moda portano con sé da sempre un ampio indotto economico:
alberghi, ristoranti e negozi, anche non strettamente legati all’abbigliamento,
ne risentano positivamente. È più che legittimo dunque interrogarsi sul ruolo
delle sfilate per l’economia della città e sul loro senso per i brand che le
organizzano. Di più: lo straordinario successo di pubblico ottenuto dal Salone
del Mobile non può non aver fatto pensare che fosse necessario un tentativo di
“democratizzare” anche la moda.

Tuttavia,
benché le contaminazioni tra moda e design siano sempre più frequenti, le
differenze restano molte. E la vicenda appare davvero complicata, per qualche
aspetto al limite del paradosso. Innanzitutto, la moda è stagionale e il design
no: almeno questa era la regola valida sino a ieri, perché la stagionalità
negli ultimi anni ha assunto confini sempre più sfumati. Se il mercato è
globale (alternative concrete per la sopravvivenza del Made in Italy non ce ne
sono) sfilare una volta l’anno la primavera-estate e una volta l’anno
l’autunno-inverno è un limite: primavera-estate e autunno-inverno per quale
emisfero? E ancora: per i buyer attendere le passerelle di marzo e settembre
per decidere gli acquisti stagionali non è più possibile. Non ci sarebbero i
tempi utili per l’approvvigionamento dei tessuti, per la confezione dei capi
richiesti e per le conseguenti spedizioni. Da tempo il grosso degli acquisti si
fa con un anticipo di due o anche tre mesi rispetto a quanto verrà poi esibito
in passerella. E dunque ha ancora senso osservare questo rituale?


Da
almeno quindici anni tutti nel fashion business se lo chiedono, ma nessuno sino
ad ora ha trovato una risposta certa o una formula alternativa valida. Ci hanno
provato in molti a percorrere altre strade: con esposizioni statiche, con
eventi pseudo, para o realmente artistici, con esposizioni di immagini fisse,
con proiezioni di immagini in movimento, con musica live in passerella, con
performance teatrali… Ma al format sfilata nessuno ha mai rinunciato. Mi
piace ricordare che all’inizio degli anni ‘90 un provocatore come Franco
Moschino interruppe una sfilata in pieno svolgimento irrompendo in passerella e
facendo rientrare tutte le modelle con una violenta mimica di diniego: per lui
si trattava già di un format senza più significato. Resta il fatto che i
successori di Moschino con il suo nome continuano a sfilare stagione dopo
stagione da oltre quindici anni.

Certamente
una delle ragioni del persistere della formula e degli investimenti cospicui
che occorrono per alimentarlo è il suo impatto mediatico: centinaia di
fotografi pronti a servire magazine di ogni parte del globo, passaggi
televisivi su reti pubbliche e private di ogni nazionalità, e più di recente
diffusione capillare in tempo reale attraverso i siti internet dei singoli brand
e i social network. Anche per questo, sebbene molto discusse, le sfilate si
sono moltiplicate all’infinito: si sfila da sempre a Milano, Parigi, Londra,
New York e Tokyo, ma ormai in modo regolare anche a Mosca, San Paolo, Bombai e
Istanbul. Grazie alla mediatizzazione di cui la moda è stata protagonista negli
ultimi trent’anni, dire che le sfilate siano eventi da cui resta escluso il
grande pubblico è dunque riduttivo.


E
proprio qui sta il paradosso: un prodotto necessariamente destinato al mercato
“globale” può trarre vantaggio da un’apertura “democratica” verso il pubblico
necessariamente “locale” come quella di cui si discute a Milano? La Settimana
della Moda due volte l’anno per la donna e due volte l’anno per l’uomo ha
davvero le potenzialità per attrarre un pubblico allargato come accade (una
volta l’anno) per il Salone del Mobile? È presto per dirlo, ma lo scenario
appare davvero complesso. Non resta che esprimere il più sincero degli auguri a
chi su questo tema sta lavorando.

aldo premoli

cool hunter


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 67. Te l’eri
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