Già nella prima metà del Novecento Edoardo
Persico affermava
che gli architetti italiani preferiscono non credere a nulla di preciso. Motivo
per il quale puntano a un’arte di compromesso e di buon senso. Da qui un
inclusivismo vorace che sfiora l’eclettismo stilistico e un contestualismo
opportunista rispetto al luogo e alle circostanze. La lettura storica ci dice
invece che, dopo la sbornia di fine Anni Novanta e dei primi Anni Zero, viviamo
una fase di aggiustamento caratterizzata dal rifiuto dei linguaggi
precostituiti.
I giovani architetti sono stanchi di progettare alla maniera di Eisenman o di Zaha Hadid, ma anche di Zumthor o Siza. Insomma, non si riconoscono più
in alcun punto di vista, sperimentalista o tradizionalista che sia. Intendono
la parola inclusivista in senso liberatorio e vogliono operare a tutto campo,
spaziando dalle tecnologie più semplici a quelle più complesse, dalla
tradizione alla tabula rasa. E per non cadere nell’arbitrario s’ispirano al
contesto, da intendersi ovviamente nel senso più ampio del termine: un
riferimento attraverso il quale giustificare la propria mobilità stilistica e
intellettuale.
Quale delle due letture è la più appropriata? Probabilmente
entrambe, nel senso che nei lavori dei gruppi più pigri prevale la prima,
mentre in quella dei gruppi intellettualmente più inquieti prevale la seconda.
Ed è proprio l’accezione più dinamica che ci offre motivi di speranza e ci fa
immaginare che finalmente stiamo entrando in una fase nella quale scompaiono le
estetiche normative per lasciare il campo a una sempre più completa libertà
progettuale.
Siamo abbastanza vecchi da sapere che il sogno della libertà da
regole è un mito ricorrente destinato ad apparizioni spesso fugaci. Ma sappiamo
ugualmente che è proprio dopo i periodi di rimescolamento che si rinnovano i
paradigmi operativi e interpretativi e nascono nuove ipotesi di lavoro. Non
sottovalutiamo quindi le prospettive che si potrebbero aprire per il prossimo
futuro.
Del resto, la storia ci insegna che, anche in condizioni meno
favorevoli delle attuali e precisamente nella confusione della reazionaria via
Novissima della Biennale di Paolo Portoghesi del 1980, quasi in sordina esponevano Frank O. Gehry e Rem Koolhaas. E oggi, a distanza di tempo,
riusciamo a vedere come in quei progetti si potevano già da allora intravedere
le energie allo stato nascente che sarebbero da lì a qualche anno esplose.
LPP e il Bauhaus
luigi
prestinenza puglisi
docente di storia
dell’architettura contemporanea presso l’università la sapienza di roma
*articolo pubblicato su
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