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di - 30 Gennaio 2011
Manfredo Tafuri è quello che
esaltò il neostoricismo e lo pseudo-rigorismo, scrivendo pagine memorabili su
architetti mediocrissimi come Vittorio Gregotti e Ludovico Quaroni. Lo si
capisce dall’elogio martellante della semplicità contro tutto ciò che odora di
star system. Lo si capisce dall’assegnazione del Pritzker e dall’affidamento
della biennale a una giapponese che ha fatto fare la cura dimagrante al quasi
nulla di Mies van der Rohe.
Dovevamo aspettarcelo: dopo la Zaha Hadid, la
Kazuyo Sejima. E un po’ di pesce bollito dopo tanta straripante fluidità non ci
farà male. Tanto più che, oltre a una crescente depressione, nei periodi di
crisi maturano idee e punti di vista. Tra questi, cinque mi sembrano degni di
nota. Sono la ricerca di una koinè linguistica, una nuova strategia
professionale, un interessante pragmatismo tecnologico, la contestualità
antiscultorea, l’approccio ecologico. La koinè nasce dal fatto che i linguaggi
si fondono in un’unica lingua ricca di commistioni, variazioni e accentuazioni.
La perdita della purezza lessicale diventa funzionale alla strategia no-logo di
questa giovane generazione che così trova una rinnovata libertà: quella
dell’e/e contro lo o/o dei sistemi linguistici forti.
Ma, attenzione, non si
tratta di rendere artatamente difficile il gioco linguistico ma di dichiararlo
senza senso. Il problema non esiste, punto. Tutto può essere architettura, a
condizione di non monumentalizzare i problemi. La flessibilità di approccio può
essere una risorsa nell’affrontare la spietata concorrenza di un oramai
eccessivo numero di progettisti operanti sullo scenario internazionale. E la
ricerca di nuovi terreni su cui operare professionalmente, nonché un maggior
senso di responsabilità sociale, porta a riconsiderare temi architettonici
prima giudicati minori: dagli interventi pubblici a costo ridotto alla così
detta architettura parassita, dalla progettazione a volume zero alle strutture
effimere e precarie, dall’autocostruzione al costruire partecipato.

Frutto di
questa scelta è anche il pragmatismo tecnologico. Nel senso che ogni tecnica,
dalla più semplice alla più complessa, appare accettabile. L’importante è
considerare la tecnologia strumentale e non fine a se stessa. Anzi il meno
costoso e il riciclato appaiono più alla moda e più accattivanti, e se occorre
scegliere tra un albero e un pilastro è sicuramente il primo a prevalere. Ad
essere tramontata è l’idea dell’edificio-scultura, dell’oggetto plastico
calato, come un’astronave, nel contesto architettonico e ambientale.
Oggi, e questo
mi sembra un dato positivo, l’idea che c’è un edificio e poi uno spazio vuoto
che lo separa dal resto è stata messa in crisi. La landscape architecture, sia
pure intesa in mille accezioni diverse, è entrata in circolo e ogni giovane
architetto sa che ciò che si vede da una finestra è più importante della forma
della finestra stessa. Il quinto aspetto è ecologico. Non solo nel senso della
riduzione dei consumi energetici e dell’inserimento di quote crescenti di verde,
ma del miglioramento della qualità della vita, insomma della sua ecologia. E
un’ecologia contemporanea non può che affiancare momenti di velocità e altri di
lentezza, la massima trasparenza e la più totale opacità, l’uomo macchina e
l’uomo che danza.

luigi
prestinenza puglisi

docente di storia
dell’architettura contemporanea presso l’università la sapienza di roma


*articolo
pubblicato su Exibart.onpaper n. 68. Te l’eri perso? Abbonati!

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  • Il fatto che uno davvero "mediocre" per non dire altro, sia anche un docente, la dice lunga sul livello degli studi in Italia e sulla scarsa comprensione di autori e letture critiche dell'architettura attuale. Consiglierei di rimettersi a studiare l'architettura, prima di pubblicare altri libri!

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