Altri articoli sono ugualmente “monografici”, come quello su Gillian Wearing o su Vertigo, mostra che ha inaugurato il MamBo. In una rivista di approfondimento c’è anche spazio per la contingenza?
Combo non è riducibile al contingente, nel senso che ha un limitato interesse per la cronaca, ma è spinta dal presente e cerca di recuperare alcuni aspetti rimossi o non adeguatamente affrontati della storia recente. Quelle che citi sono mostre che si prestano a commenti coerenti con l’impostazione della rivista. La rivista in generale non si pone come alternativa o opposizione all’esistente. Si prova con essa a essere funzionali e complementari a una buona evoluzione del mondo dell’arte e dell’editoria di settore.
Le pagine su De Dominicis rientrano nella categoria “articolo monografico”, ma sono firmate da un altro artista, Saverio Lucariello. Come nasce questa esigenza? Avrà un seguito?
Anche nel numero 1 ci sarà un testo d’artista, su una situazione culturalmente rilevante. Si spera di poter ospitare regolarmente l’intervento di un artista che non sia meramente creativo e che abbia un valore in primis “conoscitivo”, di contenuto. Il punto di vista particolare dell’artista si commisura così a quello dello storico e del critico, non temendo di agire su un piano analogo.
Emerge un’attenzione particolare per una forma di scambio che vada oltre la mera intervista. Mi riferisco al dialogo di Camilla Seibezzi con Trevisani o al tuo carteggio con Lea Vergine. È una critica ai tempi “televisivi”?
Non è una critica ai tempi televisivi, ma una distinzione rispetto alle modalità televisive. Ho amato molto la tv di Guglielmi. Tuttora, nella generale insensatezza della comunicazione in Italia, Blob è la cosa più dotata di senso. Adoro la buona tv, che resta in àmbiti che le sono propri. La rivista si pone come un modesto argine, in un ambito specifico come il nostro, allo spirito televisivo che “esce dal seminato”.
Parlando di televisione, c’è un fil rouge che collega i primi tre articoli, con Paola Campiglio sul Manifesto del movimento spaziale per la televisione di Fontana, la riflessione di Chiara Leoni intitolata Art love tv? e il pezzo su Vezzoli. Nei prossimi numeri ci saranno altre sezioni “monografiche”?
Non c’è un’idea di numero proprio monografico. Anche il numero 0 non voleva esserlo, se per monografica s’intende una struttura unitaria compatta. Anche i prossimi numeri presenteranno un aspetto principale con differenti declinazioni, aspetto che nello stesso tempo prende spunto e si distanzia dal contingente.
Il range temporale che avete considerato è di circa mezzo secolo. Sarà lo standard di “Combo”? Per contemporaneo intendi questo? La riflessione sulla storiografia torna nella “recensione” di Alessandra Galasso di tre “storie dell’arte” pubblicate di recente e assai difformi nel proporre canoni e definizioni.
Sì, e più che uno standard la considero una rosa di opportunità.
Per chiudere: mi ha stupito l’assenza di un editoriale di presentazione. Una presa di posizione? Un tentativo di superare il legame cocciuto testata-direttore, tanto è in voga nelle riviste di settore?
Francamente, temo l’esito ricettivo dell’editoriale. Ho voluto così forzare una sua assenza, anche dal numero 0. Con l’editoriale si rischia di dichiarare qualcosa che, se non svolta adeguatamente, delude il lettore. Magari ci sarà un post-editoriale fra qualche numero, con un bilancio proiettato –mi auguro– su uno sviluppo. Non mi piace prefigurare molto. Anche quello che sarà un gruppo di lavoro editoriale si definirà pian piano, nel tempo, in modo spero naturale, con le capacità e le generosità che si mettono in campo.
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