A Carrara c’è un laboratorio di scultura che unisce intelligenza artificiale e tradizione

di - 26 Febbraio 2024

Filippo Tincolini è lo scultore originario di Pontedera che si è appropriato della tradizione artistica del luogo, vivendo a contatto con la realtà di Carrara, polo globale del marmo e, dunque, della scultura.  Attraverso il contatto con gli artigiani e con la storia delle loro cave, Tincolini non solo interiorizza le sfaccettature chimiche ed estetiche intrinseche di un materiale tanto nobile, soffermandosi su una classicità permanente, ma decide anche di sfidarne i limiti.

«Le mie opere vivono attraverso l’intreccio tra cura estetica, nel rispetto dei canoni della scultura classica e delle tradizioni dei laboratori locali, e lo stupore di fronte a qualcosa d’inedito e d’inatteso», spiega l’artista in una nostra conversazione. Così l’autore fonda nel 2004 un laboratorio d’arte contemporanea, uno spazio che ha da subito l’ambizione di fondere le modalità di lavorazione tradizionali con le tecnologie più avanzate. Esso si basa sul concetto d’invenzione, partendo dalla tradizione della terra che lo ospita, e sviluppa, oltre all’attività della scultura, anche quella dell’architettura e del restauro, in collaborazione con altri artisti, musei e studi di progettazione da tutto il mondo.

L’azienda si contraddistingue per l’uso evoluto del 3D laser scan e di robot antropomorfi che supportano il lavoro di sbozzatura degli scultori. Queste sono macchine nate “in garage tra le sculture”, citando l’autore, fino a consolidarsi in un fenomeno internazionale nel 2018. Tali macchine, pur essendo innovative, rimangono sempre degli strumenti che «Non sostituiscono in alcun modo l’intelligenza, l’estro e la creatività umana».

Filippo Tincolini in his Studio,”Spaceman”, manual finishing, ©️filippotincolini, ph: Laura Veschi

La novità risiede nell’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno del lavoro di bracci robotici. Questi divengono capaci di scolpire “in indipendenza” a partire dalla visione dell’artista; la macchina impara da sola come arrivare a dare forma al prototipo, perfezionando i movimenti necessari, senza stravolgere il processo di creazione artistica.

Si tratta di un cambiamento fulmineo nella produzione di un autore; è un avanzamento sistemico su scala macroscopica, ma paragonabile all’evoluzione formale della singola sperimentazione dell’artista. Ogni nome del passato ha sempre aggiornato le proprie tecniche a fini espressivi. Ora l’invenzione di Tincolini offre la possibilità di riflettere sulla produzione dell’opera e su come quest’ultima si possa muovere sui binari paralleli dell’ingegno e alla tecnologia. Essi appaiono impegnati oggi in un dialogo di reciproca contaminazione che non può che condurre a una ridefinizione dei loro termini.

Filippo Tincolini, “Spaceman”, Marble, Statuario Michelangelo, ©️filippotincolini, ph: Laura Veschi

Tincolini utilizza macchine di sua invenzione per poi intervenire manualmente sul dettaglio. In questa tridimensionalità coesistono antichità – sancita dalla scelta del marmo statuario fino all’intervento con il colore sulle superfici – e contemporaneità, manifesta nelle storie che animano i soggetti rappresentati. La statuaria antica assume spesso le vesti di eroi moderni, anche ispirati all’immaginario collettivo del cinema e dei fumetti, quali figure apparentemente invincibili o irraggiungibili, come un Olimpo traslato in una tradizione più vicina; ne è esempio il Busto di Dedalo (2023).

I titoli delle opere sospingono a riflettere sui personaggi che abitano la nostra immaginazione, sulla loro valenza di amici o di nemici, sulla loro forza e fragilità, finanche alla messa in discussione dei ruoli cui tendiamo. Traspare una critica all’integrità degli ideali, alludendo quasi alle macerie di una fiducia più ampia, o a una costellazione possibile di divinità minori.

Le opere prendono le sembianze di personaggi dai tratti surreali e fantastici, come l’astronauta dal volto floreale o il pinguino in un salvagente, in un paradosso da cui emerge tenerezza e disillusione. Si creano, così, dei piccoli luoghi di energia in cui l’estetica delle forme si accorda ad un nuovo gioco di concetti.  «Voglio raccontare attraverso il mio mezzo, che è la scultura, la complessità che abitiamo; non cerco il racconto di una verità, ma una narrazione altra che ci possa dare una via d’uscita», conclude Tincolini.

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