A tu per tu con il bronzo

di - 8 Agosto 2017
Franco Del Chiaro, su un punto, è chiarissimo: «Si continua a lavorare, certo, ma dal 2010-11 anche in questo comparto qualcosa si è rotto: le richieste non sono più state quelle di prima». Parliamo di scultura, nella sua fonderia d’arte “Massimo Del Chiaro”, a Pietrasanta. Siamo qui per scoprire come nasce un’opera in bronzo, nel suo percorso completo, dal bozzetto alla patinatura. Una dozzina di fasi, che in media costano a chi deve produrre un’opera, qualcosa come 200-250mila euro.
Del Chiaro è entrato appena ventenne nell’azienda, fondata dal padre, e ampliata nei primi anni ’80. Oggi a tenere le redini è lui stesso, con la sorella Barbara che si occupa dell’aspetto amministrativo.
Ma cosa si produce, esattamente, in una fonderia? C’è nel cortile, per esempio, un albero che è impossibile non riconoscere: è di Giuseppe Penone, che con Del Chiaro lavora dal 2008, e che qui ha realizzato anche i pezzi per la grande commissione romana di Fendi. Peccato non si possano fotografare, per questione di diritti d’autore, perché la visione è a dir poco emblematica: la scultura di Penone si staglia contro il cielo azzurro della Versilia e delle Alpi Apuane insieme a un altro simbolo: una copia del David di Michelangelo. Un quadro metafisico e, allo stesso tempo, il ritratto di un’area geografica e di un sapere – perdonateci lo slogan – tutto italiano, che amano particolarmente nelle ex repubbliche sovietiche, e vi diremo dopo i perché.
Alexey Morozov, Monumento a K. S. Stanislavsky e V.L. Nemirovic Danchenko, Fusione in bronzo patinato, foto di Evgen Korchagine.
Nella fonderia, alle varie fasi della scultura – dalla sala dell’iniziale bozzetto che viene studiato e, talvolta, lievemente modificato per evitare problemi di statica, lavorano una ventina di professionisti, che definire “operai” è riduttivo. Il perché è presto detto: «Il percorso per imparare a fare bene questo lavoro, in ogni sua fase, è lungo e complesso. Diciamo che per essere “autonomi” nel proprio ruolo, a tutti gli effetti, servono almeno tre anni», ci spiega Del Chiaro. E non è difficile crederlo scoprendo non solo i vari passaggi (dalla sala degli stampi a quella di fusione, dalla fresatura alla patinatura) ma anche gli strumenti del mestiere che devono essere guidati da una manualità artigiana che, come ogni mestiere, ha bisogno di essere riportata all’opera con cognizione di causa e attenzione. Anche perché un lavoro “guasto” dall’origine rende più difficoltoso un “aggiustamento” in corso di lavorazione. Tra gli altri e numerosissimi artisti che Del Chiaro annovera nella sua “scuderia” c’è anche Dashi Namdakov che attualmente in fonderia ha un pezzo raffigurante una sorta di “fiera” alata. Mentre siamo sull’attenti per scoprire come funzionano gli ossidi pennellati sulla superficie, a cui viene successivamente passata una fiammata per fissarne il tono, arriva l’assistente. Qualche minuto di discussione con le maestranze e poi il verdetto: nel progetto il tono sarebbe più scuro. Come fare? Sempre Del Chiaro risponde: «In questi casi è preferibile lavorare per addizioni molto leggere. Scurire troppo un bronzo (la patina serve a protezione, n.d.r.) e poi doverlo riportare a un colore più tenue richiede un ulteriore processo di sabbiatura che rischia di comprometterne anche la buona sera nei successivi passaggi di finitura, oltre che un lavoro in più».
Ivan Theimer – Tartaruga – Museo Napoleone Isola d’Elba – Giugno 2003
Ma chi sono i clienti tipo della fonderia d’arte, oltre agli artisti? Molti sono i nuovi ricchi di Uzbekistan, Kirghizistan (e altri Paesi ex sovietici). Vengono in Versilia per farsi arredare case con grandi leoni, con simboli mitologici di potere, ibridando bronzo con sculture in altri materiali, come l’onice o il marmo, e con effetti a volte stucchevoli ma che identificano bene l’immagine della nuova classe.
Curiosità finale: il mercato religioso è in crisi. Del Chiaro ci racconta aneddoti divertenti, per esempio su Padre Pio. Venerato ed esposto da una parte all’altra d’Italia, con la celebre statua nell’atto benedicente che tutti ricordiamo, pare che dopo la beatificazione abbia avuto un calo di “consensi”, e forse anche di fan. Anche per questo, fuori dalla sala cere della Fonderia, fanno capolino cinque grandi “Padri” che aspettano una collocazione più benedetta. Ma sicuramente meno operosa.
Matteo Bergamini

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