Abracadabra, magia e potenza della parola al festival Popsophia

di - 21 Febbraio 2025

Abracadabra è una parola magica con cui abbiamo familiarità. Tuttavia, come spesso accade quando si parla di formule incantate, non conosciamo il suo vero significato, la sua origine rimane misteriosa anche se è presente in tantissime lingue, dal tedesco al giapponese.

Sembra che la prima ricorrenza letteraria risalga al III secolo d. C., nel Liber Medicinalis di Quinto Sammonico Sereno, tutore dell’imperatore Caracalla. Scrivere la parola “abracadabra”, scrive Sereno nel suo trattato di medicina, è un rimedio infallibile contro la febbre causata dalla malaria. Abracadabra, dunque, è una parola apotropaica (dal verbo greco apotrepo che vuol dire “allontano”) che tiene a distanza le malattie: bisogna scriverla in un triangolo rovesciato, eliminando a ogni riga successiva l’ultima lettera della riga precedente, arrotolare il foglio di pergamena, legarlo con un filo di lino e portarlo legato al collo. Ecco un potentissimo amuleto per far scomparire i sintomi così come scompaiono, riga dopo riga, le lettere della parola.

La potenza dell’abracadabra è scomparsa con la medicina e la scienza moderne, ma la sua presenza si è moltiplicata nell’immaginario della cultura di massa. La formula è rilanciata dalla maledizione mortale ideata da J.K. Rowling nella saga di Harry Potter: pronunciare un “avada kedabra” significa far si “che la cosa sia distrutta”, una magia nera usata per far scomparire qualcuno, questa volta per sempre. Fino al recente brano di Lady Gaga, un ipnotico “abracadabra-oh-ga-ga” che diventa un tormentone radiofonico tra amore e morte, una lotta tra luce e tenebra nel cuore della cultura pop internazionale.

Le formule magiche – antiche e contemporanee – ci ricordano che le parole hanno da sempre un enorme potere nella nostra vita: le parole ci convincono, ci dissuadono, ci guariscono, ci ammalano. Le parole contengono una buona dose di magia e per questo sono affascinanti quanto pericolose. Il sofista Gorgia nel suo Encomio di Elena metteva in guardia dalle magie del linguaggio perché le parole sono «Capaci di incantare, producono piacere e allontanano il dolore».

La mano dei filosofi, da un trattato di alchimia del XVI sec

Pensiero magico

Nel mondo completamente secolarizzato e disincantato, dove tutto sembra oggettivo, razionale e calcolabile, c’è ancora spazio per il “pensiero magico”?

L’incanto connesso alla magia non è semplicemente una fuga dalla ragione nelle tenebre dell’ignoranza. Il pensiero magico, al contrario, può aiutarci a riscoprire il senso più profondo delle domande filosofiche più radicali, quelle che nascono dalle cose meravigliose e terribili che non riusciamo a capire.

D’altronde gli eventi più importanti della nostra vita rimangono insondabili e imprevedibili, la realtà è piena di segni da decifrare e da interpretare, fili incomprensibili e misteriosi legano gli eventi più disparati.

Il filosofo «è un mago», diceva Giordano Bruno che fu bruciato vivo proprio come eretico e mago, perché «è un sapiente dotato della capacità di agire». Il filosofo unisce sapere e fare, cerca costantemente di avvicinarsi alla conoscenza delle connessioni che tessono la vita della natura, e di agire nel mondo secondo questi principi, andando al di là delle certezze della tradizione e dei pregiudizi del senso comune.

Magia e filosofia, scrive il filosofo Massimo Donà, «sono due termini uniti e non contrapposti, due aspetti di una stessa ricerca» che è in grado di «rendere ragione del radicale mistero invincibilmente, arcanamente testimoniato dall’esperienza».

Ma c’è l’altro lato della medaglia, a ogni magia bianca corrisponde una magia nera. E sono proprio i pensatori antichi a metterci in guardia dai ciarlatani che vogliono sfruttare la credulità popolare a proprio vantaggio. Già Platone nella Repubblica capeggia una polemica antimagica e si scaglia contro chi sostiene di piegare la divinità alla sua volontà «con certe fatture e certi legami magici».  Cosa avrebbe pensato della proliferazione di improbabili cartomanti, santoni e guaritori che si moltiplicano sul web?

Tecnomagia

Tommaso Campanella, nella sua opera Il senso delle cose e la magia, ricordava che tutte le scienze sono magiche, anche «l’invenzione dell’arco e delle stampe, e così l’uso della calamita».

La tecnologia contemporanea è l’epigono di un fascino magico che ha origini antiche. Una tecnomagia che ci “affascina”, nel senso letterale del termine dal latino fascinum che significa malìa, ma anche amuleto. I moderni dispositivi tecnologici attuano su di noi una seduzione ambigua, un condizionamento magico come quello di chi ha subito un maleficio, come quello degli sciamani che vanno in uno stato di trance.

Viviamo in paesaggi virtuali e dialoghiamo con intelligenze artificiali: lo schermo dello smartphone è il contemporaneo “specchio magico” a cui chiediamo verità sul presente e profezie sul domani, da cui speriamo di avere avatar digitali per sconfiggere la morte o filtri d’amore per trovare l’anima gemella.

Se il filosofo vuole tornare ad essere un vero mago contemporaneo deve “comprendere e agire” all’interno di questa dimensione complessa, in un mondo ibrido tra reale e digitale, tra incanti e malefici, tra incantesimi e contro incantesimi.

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