Ciao Gabriele

di - 14 Febbraio 2013
Gabriele Basilico ci lascia un patrimonio vasto e prezioso di fotografie, ma soprattutto un modo di vedere il paesaggio urbano che oggi fa parte del nostro dna visivo. Dai cambiamenti dell’industrializzazione agli stravolgimenti generati dalle guerre. Muri pieni e squadrati delle fabbriche, di cui riusciva a restituire una straniante dignità architettonica, o muri desolati e sventrati dai colpi di cannone, che neanche l’occhio più attento poteva riconnettere in unità di senso. Le sue città hanno raccontato storie radicalmente umane, belle, brutte o tragiche che fossero, spesso con la straordinaria magia di scatti privati di presenze umane. Abbiamo chiesto a Paola Tognon, che con Basilico ha lavorato più volte, di raccontarci l’uomo e il fotografo. Ecco la sua testimonianza.
[di Paola Tognon] Di Gabriele Basilico arrivavano prima la voce, forte e calda, poi il sorriso e quell’abbraccio accogliente, anche nei momenti difficili.
Non c’è mai stata situazione di opening o momento di discussione, nella quale Basilico mancasse di accogliere le persone, persino nel pieno delle più significative inaugurazioni internazionali alle quali era chiamato come autore o nei momenti di massimo tributo a lui solo riservati. Aveva sempre un momento di attenzione sincera per chi gli rivolgeva un saluto, chiedeva una conferma, esprimeva una curiosità, voleva spiegazioni.
In Gabriele Basilico la passione per quello che faceva era esente dall’esibizione mondana, carica invece di una spontanea necessità di condivisione, di partecipazione allargata al suo stupore lucido e ragionato.
Ogni giorno, affannato per i progetti e le idee, carico di borse e di libri, Basilico era comunque pronto ad aprire un dialogo, a confrontarsi sugli spostamenti del nostro paesaggio, delle generazioni, dei temi profondi dello sguardo nell’arte. E terminava sempre presentandoti un giovane collega, parlandoti del suo lavoro e delle sue potenzialità.

Almeno tre generazioni di critici e curatori, di fotografi e artisti sono cresciute sulle sue immagini, sul suo lavoro, dentro i suoi racconti. È questo forse, anche in un Paese strutturalmente povero come l’Italia, un valore difficile da mettere a misura, ma ineludibile per l’ampiezza del suo portato. Dalle sue fotografie, in bianco e nero o a colori che fossero, realizzate in Italia, in Medio Oriente o nel mondo, così come nelle vie deserte delle periferie milanesi riprese all’alba, i nostri occhi hanno imparato a riconoscere una maniera di illuminare la condizione umana dentro e oltre la misura urbana. La sua capacità di trovare equilibrio tra volumi e orizzonti, tra pieni e vuoti, tra vita e silenzio, tra architetture e spazi, si è tradotta in un sentimento riconoscibile che è diventato paesaggio collettivo ed ha segnato fortemente la storia della fotografia del XX secolo. Unicamente sua, in Italia, è stata la capacità di travasare in trent’anni di lavoro la sua specifica e originale visione del paesaggio urbano in una visione comune dalla quale, già da molti anni, è impossibile transigere.

Nato nel 1944, dopo gli studi di architettura è stato dedito interamente alla fotografia senza mai lasciarsi incantare dalle lusinghe o dalle miserie dell’insoluto rapporto italiano tra fotografia e arte. Con la forza del suo sguardo e la misura generosa del suo lavoro ha superato barriere fittizie, costruendo un codice e una cifra che tra metafisica e paesaggio ha reso pari dignità alle trasformazioni urbane delle grandi città del mondo, senza mai cancellare il volto di Milano seguito dalla fine degli anni Settanta sino ad oggi. Unico italiano chiamato a partecipare nel 1984 alla prestigiosa missione fotografica francese Datar, il suo lavoro ha poi seguito un passo che, tra incarichi e partecipazioni alle principali manifestazioni d’arte e di fotografia nel mondo, gli hanno reso fama internazionale. Accanto ai suoi numerosissimi libri che con passione e puntiglioso lavoro seguiva da vicino in ogni edizione.

Riguardare il suo lavoro è guardare dentro di noi e proseguire un antico dialogo tra pittura e architettura con gli occhi puntati sulla sua trasformazione intermittente: lucida e magistrale osservazione del cambiamento del nostro paesaggio.

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