Della simbiosi tra Arte e Teatro

di - 2 Aprile 2012
Funziona e colpisce nei recessi dell’anima l’incontro tra Giancarlo Cauteruccio e Jannis Kounellis. Terzo dei cinque atti di “OA”, il progetto di dialogo tra il teatro e l’opera d’arte contemporanea in corso al Teatro Studio di Scandicci (Firenze), questo segmento del viaggio ha rinviato le memorie visive e dell’ascolto a suoni ancestrali e immagini scolpite nella storia. Merito da un lato della voce di Cauteruccio, che ha fatto risuonare – complice anche un accorto uso del microfono – parole antiche e misteriose in una lingua che impasta durezze e dolcezze come il dialetto calabrese, e dall’altro la splendida citazione di se stesso di Kounellis, che ha ripreso il felice lavoro sui misteriosi grandi sacchi riempiti di oggetti e “impiccati” al soffitto (Stoccarda 1992, Colonia 1997), ma capaci di evocare anche un orizzonte di senso che comprende le collaborazioni teatrali di fine anni Sessanta e inizio Settanta con Carlo Quartucci, o quelle successive con Theodoros Terzopoulos.
Questo atto di “OA” era dedicato al canto e incentrato sulla figura di Tiresia: costruito sulle parole tradotte di Sofocle (“Edipo re” e “Antigone”) ed Euripide (“Le baccanti”), ha messo in scena anche sette soprani – la solista Monica Benvenuti, con Deborah Carcasci, Hitomi Ohki, Elisa Prosperi, Maria Elena Romanazzi, Donatella Romei e Lucia Sartori – che hanno cantato sulle musiche di Sylvano Bussotti, John Cage, Ivan Fedele, ma pure le parole di Ildegarda di Bingen. Note che arrivavano da vari angoli della sala, prima di riunirsi e sovrapporsi al dolente fraseggiare di Cauteruccio, tra assonanze e dissonanze, unioni e contrasti, fino alla chiusura, tremenda e inevitabile di un mito fondativo dell’Occidente: «Che cosa terribile è il sapere» dice Tiresia. Il tutto in uno spazio scenico che rappresenta, appunto, l’essenza del lavoro di Kounellis: i tre giganteschi sacchi, teloni che hanno rivestito i viaggi di altrettanti tir, legati alla graticcia da solide corde annodate, che chiudono alla vista i grandi oggetti all’interno – mobili e suppellettili – intuibili solo dagli spigoli che sporgono. Oggetti che rappresentano la storia dell’uomo, custodi dei suoi segreti più inconfessabili. Oltre ai sacchi, a terra c’è una miriade di palle da biliardo, colorate e numerate, segni di una leggerezza a contrasto con i pesi lancinanti che scendono dal soffitto, confini dell’agire dell’uomo. Sembrano, le palline, gettate lì a caso, e invece segnano precisi, quanto imperscrutabili, percorsi. Sullo sfondo, infine, un cavallo fa il cavallo, rappresentazione di vita in un ambiente immobile, dove il tempo è sospeso: in qualche modo, è il krònos che incontra l’aiòn, il tempo che si materializza dall’eterno nell’attimo del kairòs. Una visione d’insieme potente, incontro tra antiche grecità, per poco più di mezz’ora di performance sospesa e sorprendente, tra mondo immobile e universo in contraddittorio movimento.
Questo passaggio dedicato a Kounellis, e alla sua opera site specific, aiuta a ricordare e ragionare sul senso complessivo del progetto “OA”. Cinque appuntamenti, uno al mese da gennaio a maggio, che illuminano un territorio di frontiera, che sembra ormai scontato, ma che invece offre ancora infinite possibilità di esplorazione: quello tra l’arte contemporanea e il teatro. Una zona dove il limite unisce e va nella direzione di una comunicazione totale dal valore assoluto, piuttosto che rappresentare un confine rigido e presidiato. Iniziato con la relazione tra la parola e l’opera di Alfredo Pirri, proseguito con la danza che incontra la riflessione sul tempo di Enrico Castellani (impreziosito da uno scritto per l’occasione di Adriano Sofri) e ora con Jannis Kounellis, il progetto di Giancarlo Cauteruccio e del suo Teatro Krypton celebrerà il quarto atto facendo dialogare il concetto di luce con l’opera di Loris Cecchini (dal 14 al 16 aprile), per concludersi con la musica e Cristina Volpi (18 maggio). Non si tratta di occasioni semplicemente performative, ma del frutto di un pensiero che agisce sul territorio globale delle arti, dove l’idea di rapporto io-tu, intesa secondo la relazione teorizzata da Martin Buber, è il sostrato essenziale della rappresentazione. Un io-tu che va in due direzioni fondamentali. La prima è quella dell’incessante dialogo tra un teatro che si esprime attraverso tutte le sue espressioni (dalla parola al corpo, dal canto all’immagine) e una creazione artistica che interagisce e non resta astrazione rispetto al contesto. L’altra direzione dialogante procede verso il pubblico, che non è semplice fruitore, ma viene invitato al viaggio dei sensi, il cui approdo finale sarà il raggiungimento di un orizzonte di senso complessivo che va oltre l’unione di due stili, per conquistare invece il territorio nuovo di un pensiero originale e complesso. Ed ecco qui il valore aggiunto dell’intera operazione: la complessità che non fa sconti, cifra ineludibile del contemporaneo. Sarebbe troppo semplice parlare di performance o, ancora peggio, di spettacolo.

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