Digital life, ovvero tecnologia carnale

di - 23 Novembre 2012

Scuotere il panorama culturale romano con una proposta di esperienze artistiche in grado di illuminare una realtà contraddittoria in campo culturale, come in quello socio-politico. Investire tempo e sforzi per dare un’offerta artistica a tutto tondo e comprendere gli aspetti più significativi di quella realtà, scavando nelle pieghe del bisogno di una riorganizzazione di senso. Insomma, Romaeuropa Festival 2012, giunta ormai alla sua conclusione, ha mirato alto. Obiettivo centrato? A parte la programmazione degli spettacoli, basterebbe Digital Life, per dire di sì. Perché si tratta di una vera e propria boccata d’ossigeno nel panorama romano del contemporaneo, spesso incapace di creare sinergie tra istituzioni e di valorizzare spazi e contesti dati per morti. Mentre, in questo caso, tutto ciò accade con esiti di rilievo.

La terza edizione della sezione del Romaeuropa dedicata alle arti visuali mette in gioco una quantità enorme di questioni, senza mai perdere però il filo di un discorso complesso, eterogeneo nelle sue parti e quanto mai fecondo. Due le articolazioni principali dell’operazione Digital Life: da un lato, l’utilizzo di uno spazio architettonico progettato negli anni Trenta da Luigi Moretti, l’ex Gil, caduto in disuso per molti decenni, recuperato negli ultimi tempi, ed ora indagato da sette artisti italiani nella sua capacità di accogliere riflessioni artistiche contemporanee. Dall’altro, la rivitalizzazione di uno dei padiglioni del MACRO Testaccio, che raramente aveva ospitato un’esposizione d’arte contemporanea così ricca di spunti. A questo, si aggiungano gli incontri con gli artisti e le proiezioni in programma all’Opificio Telecom Italia – altro spazio ristrutturato negli ultimi anni – per una manifestazione completa e ambiziosa.

All’Ex Gil si comincia con le questioni relative allo spazio architettonico ed espositivo, alla sua riorganizzazione nell’ambito di una rinnovata esperienza estetica, e al ruolo della tecnologia nella comunicazione contemporanea. Sette installazioni site specific che hanno il merito di restituire voce alla creatura di Moretti. Lo spazio parla, come rinato, la lingua degli ambienti sonori che da più parti si aprono allo spettatore, mettendo in atto una riflessione concreta sul rapporto tra luogo espositivo, percezione e arte digitale.

Apparati Effimeri occupa la sala di apertura, con un’installazione di forme vegetali che, nell’interazione tra suoni e proiezioni, apre un universo percettivo in costante ridefinizione. Daniele Puppi, con lo splendido intervento Cinema rianimato, va oltre, con un lavoro che dai rimandi tra architettura e immagine cinematografica trae una forza espressiva davvero notevole: l’artista friulano con un’operazione di ri-montaggio de L’Australiano di Skolimowski crea nell’ultima sala un ambiente sonoro in cui lo spazio espositivo e l’opera del regista polacco dialogano per una riorganizzazione dell’esperienza percettiva dall’impatto sorprendente.

Con Francesca Montinaro e Overlab-project l’attenzione per la creazione di uno spazio di intensa partecipazione si sposa con una messa a fuoco sui processi comunicativi e l’intervento dello spettatore nell’opera: con Audience, la Montinaro scava a fondo nel rapporto tra osservatore e osservato, tra spettatore e medium (televisivo), in un cortocircuito creato dall’intervento del fruitore che, in un emiciclo avvolgente di schermi che rendono presenti figure umane attive, determina con un gesto i comportamenti di quelle presenze. Sulla stessa lunghezza d’onda, Overlab-project pone in essere l’intervento diretto dello spettatore in un processo di condizionamento delle reazioni emotive all’interno dei processi comunicativi di massa. Con i lavori di Noidealab e Queit Ensemble, gli ambienti creati dai nuovi media artistici proiettano la riflessione sul rapporto tra natura e tecnologia, mentre con Filippo Berta l’arte digitale entra nel territorio della cancellazione e messa in discussione dell’identità individuale e sociale.

Ed è proprio l’identità, uno dei temi affrontati con più forza nell’esposizione del MACRO Testaccio, che ha il pregio di muoversi tra la scelta di presentare i più importanti protagonisti dell’arte digitale internazionale e la capacità di mettere in scena l’eterogeneità di pratiche, concetti ed espressioni artistiche. Non solo, quindi, un corso accelerato di storia dell’arte contemporanea digitale, ma un ripensamento davvero sostanziale sulla realtà posta in essere dagli artisti. Identità di genere, individuale, psicologica, il corpo come luogo decisivo della costruzione e costrizione dell’Io: i temi di un postmoderno artistico e filosofico che negli ultimi decenni si è imposto all’attenzione sono tutti qui, declinati da grandi nomi tutelari dell’arte tecnologica, come dai più recenti protagonisti saliti alla ribalta.

Onion di Marina Abramovic ci proietta nel mondo della sopportazione fisica e psicologica, mentre Jan Fabre ragiona sulla definizione di un confine sessuale definito attraverso una performance di Lisbeth Gruzew, che oscilla tra rituale e danza. Proprio la danza, preponderante all’interno di una riflessione comune su corpo e identità, assume un ruolo centrale. Il primo piano di Masbedo sui piedi di una ballerina che tenta di sollevarsi sulle punte (e costantemente fallisce) mostra la frustrazione dello sforzo destinato all’insuccesso. Katarzyna Kozyra avvolge lo spettatore con un ambiente di schermi dove alcuni anziani ripropongono con i loro corpi dolorosamente appassiti e movimenti automatizzati la Sagra della Primavera. E poi c’è la fotografia intensa di Piero Tauro e Cristina Rizzo alle prese ancora con una Sagra della Primavera dispiegata su più immagini.

Colpiscono infine, per le enormi capacità tecniche in grado di aprire un senso non ancora del tutto esplorato dall’arte digitale, le opere di Zbig Rybczynski e Lech Majewski. Il primo si concede sperimentazioni visive che scuotono l’immaginazione, il secondo con Bruegel Suite presenta l’animazione di un dipinto del poeta fiammingo che stupisce per perizia tecnica e capacità di rilettura dell’opera.

Un’operazione, quella del Macro, che lungi dall’esaurirsi nell’enucleazione di temi e scelte operative, presenta una realtà artistica da esplorare nelle singolarità e nella successiva visione d’insieme.

“All that we can do” è la frase simbolo scelta dagli organizzatori del Romaeuropa per quest’edizione: effettivamente, fare di più, questa volta, era davvero difficile.

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