Far credere reale ciò che si vede

di - 15 Novembre 2016
In occasione della mostra “Paolo Ventura dalla Collezione Cotroneo – Roma”, in corso fino al 12 dicembre presso lo spazio espositivo San Benito di Valladolid (Spagna), l’artista Paolo Ventura, il collezionista Giovanni Cotroneo e la curatrice Enrica Viganò hanno avuto una chiacchierata sull’opera di Ventura, dove lo sguardo del collezionista si incrocia con quello del curatore, dell’artista e viceversa. Ecco il risultato della loro conversazione.
Giovanni Cotroneo: Il primo nucleo di tue opere entrato nella nostra collezione è War Souvenir. Mi ricordo quando lo abbiamo acquisito nel 2006. Allora eri un giovanissimo artista e ci ha colpito la malinconia delle immagini, il senso del tempo, la guerra che non abbiamo vissuto ma durante la quale siamo nati, la storia e ci siamo chiesti se quello che guardavamo era la realtà o quello che credevamo di guardare. Più tardi abbiamo acquisito anche il diorama, ed abbiamo capito meglio come finzione e realtà siano un tutt’uno. E ci ha colpito anche la precisione di ogni minimo dettaglio, l’esatta ricostruzione dell’atmosfera di quei tempi.   Come hai fatto?
Paolo Ventura: «Le testimonianze sia come racconti che come immagini trasmessemi da mia nonna quando ero bambino fanno da trama, insieme alle foto di quei parenti che hanno preso parte agli scontri e dei luoghi in cui hanno vissuto. Questo lavoro mi ha visto impegnato come falegname, costumista, pittore, miniaturista, illustratore, modellista e solo alla fine come fotografo. Tutti i personaggi non sono manichini, bensì bambole – quelle che i bambini hanno collezionato ed usato come giocattoli negli anni Ottanta ed inizio Novanta, così come i mobili e gli arredi, ridipinti e ridisegnati in modo da suggerire lo stile di quel periodo. Con la fotografia rendo credibile la scena e gli attori proprio per quella istintiva fiducia che abbiamo nell’obiettivo. La gente pensa così che quello che vede sia reale, anche se sa che si tratta di una finzione, proprio come quando va al cinema».

Enrica Viganò: Parliamo ora dell’altro lavoro in mostra e cioè Winter Stories: il lavoro è tecnicamente simile a War Souvenir, ma lo spirito che vi si respira è completamente diverso. So che le tue creazioni nascono sempre da ricordi. Hai un istinto da architetto per il dramma psicologico all’interno di un certo ambiente. Prendi un’idea, la giri e rigiri nella tua mente fino a che non hai chiari tutti i dettagli e così ogni tua foto è una replica esatta della tua idea. Ma cosa ti ha ispirato questo circo enigmatico affollato di protagonisti bizzarri: acrobati, venditori di palloncini, automi, funamboli, anarchici, clowns, amanti e prestigiatori?
PV: «Tutto parte dai ricordi di un vecchio circense vicino alla morte. Sono tutti come dei flashback disordinati; ho lavorato come se dovessi scrivere i sogni appena fatti, quelli che “dopo il caffè sono già scomparsi”. Ci metto tutta la leggerezza che posso per comporre una narrazione magica che riesce a toccare argomenti che non sarebbero fotografabili senza le mie messe in scena».

GC: In Short Stories, la nostra ultima acquisizione anch’essa qui in mostra, direi che c’è qualcosa di diverso.  Si tratta di 12 serie, per un totale di oltre 70 foto : the knife thrower, the bird watcher, the napoleonic soldier, the magician, the sitcase, the last dream,the vanishing man, the juggler, the twins, the hunter, homage to Saul Steinberg, the deserter. In queste serie rispetto ai lavori precedenti abbandoni i modelli rimpiccioliti ed inserisci la scala reale, usando come protagonisti, oltre a te stesso, tua moglie Kim, tuo figlio Primo ed il tuo fratello gemello Andrea. Perché?
PV: «In queste serie si riflettono un po’ i miei timori ed ansie; infatti uno dei temi ricorrenti è “la paura di perdere qualcuno che ami”. Sono io l’eroe controverso di tutte le sequenze. E mi ha divertito usare come coprotagonisti mia moglie e mio figlio, ma soprattutto mio fratello gemello nel quale fin da piccolo ho trovato un complice perfetto per i travestimenti e la teatralizzazione dei miei progetti visionari. Con Andrea eravamo molto vicini, spesso marinavamo insieme la scuola o comunque lui mi copriva, anche se poi ho scoperto che i miei genitori pagavano Marco, il mio fratello maggiore, per spiarmi!».

EV: Il tuo universo immaginario è una esplosione di fantasia inserita in una realtà potenzialmente vera. Al primo sguardo percepiamo il verosimile, il racconto, la bellezza ma solo al secondo sguardo cogliamo tutta l’illusione visiva che le tue immagini contengono. Quale è il procedimento creativo che segui nel realizzare le tue opere?
PV: «Una volta avuta l’idea, faccio uno schizzo, poi un’illustrazione – in genere china su carta bianca a volte colorata con acquerelli – infine costruisco il modello o realizzo dei diorama, come quello di War Stories in mostra a Valladolid. Una volta definito il progetto e con tutti i particolari chiari in testa costruisco la scena con le mie mani: dai personaggi, che nelle prime serie erano pupazzi ed ora persone reali, ai fondali, agli arredamenti e mobili, agli oggetti. Una volta completata la messa in scena rimane solo da scattare la fotografia! Tutto questo si vede bene nel filmato di Erik van Empel che ho voluto fosse parte integrante della mostra, insieme ad alcuni dei costumi che ho usato per le mie messe in scena».
GC: Perché sei tornato a vivere in Italia?
PV: «Semplicemente perché dopo dieci anni a New York avevo voglia di tornare nel mio Paese».
EV: E come è lavorare in Italia?
PV: «Per me lavorare in Italia è come lavorare in un qualsiasi posto, nel senso che io produco qui il mio lavoro, ma poi l’ottanta per cento della mia attività continua a svolgersi all’estero, mostre, fiere, libri, eccetera».
GC: Progetti imminenti?
PV: «Sto ultimando le scene per “Pagliacci” di Leoncavallo che andranno in scena al Teatro Regio di Torino».

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