Dall’inizio della programmazione radiofonica italiana, l’arte e la cultura vengono trasmesse attraverso conferenze e conversazioni che artisti e giornalisti tengono presso istituti e atenei italiani. Presto, tuttavia, sorgono problemi di adattabilità al nuovo mezzo di comunicazione. Chi è chiamato a condurre deve adeguare il proprio linguaggio: smettere di essere “troppo letterato e poco reporter”, come si commentava su Radio Orario nel 1928. Allo stesso modo, Enzo Ferrieri, nel primo manifesto radiofonico del 1931 intitolato “La radio come forza creativa” sostiene che la descrizione di un’opera d’arte, la biografia di un artista, la presentazione di una mostra o l’intervista a uno storico dell’arte debbano essere caratterizzati da un linguaggio semplice e specifico. Il ritmo deve essere sostenuto e mantenere viva l’attenzione dell’ascoltatore.
Ogni radio possiede una sua linea editoriale che implica la scelta di un determinato stile che ogni conduttore deve trasmettere ma, oltre a ciò, ogni trasmissione deve essere contraddistinta da un linguaggio adatto all’argomento presentato e al pubblico in ascolto. “La radio deve diffondere voci radiogeniche: il che non significa le più belle. Lo stile più adatto è quello rapido, vivo, senza pause e senza sprechi, incalzante e insieme lirico”.
Il discorso in prima persona farcito di aneddoti, esperienze e ricordi personali è perfetto quando si descrive un’opera d’arte. La radio è un mezzo caldo, one to one, che ispira intimità e confidenza. Nelle sue infinite moltiplicazioni attraverso le onde, la radio ha la capacità di suscitare fantasie ed emozioni. E poi, l’arte non può che essere evocativa. Beckett si avvicina alla radio perché ritiene abbia capacità drammaturgiche primarie: possibilità educativa della voce, possibilità di integrazione fantastica. Le voci diventano una realtà e alimentano i complessi meccanismi dell’immaginazione, finché non traccia linee, descrive colori e delinea figure. La radio si fa immagine attraverso il suono. I francesi parlano di utilisation incantatoire, una specie di adescamento vocale. L’immagine visibile, parlando di arte alla radio, va intesa, come una sintesi esperienziale anche se, perché ciò si verifichi, l’espressione della voce deve subire le imposizioni della radio perché la tecnica
L’arte, e la cultura in generale, sono avvantaggiate dal compito educativo cui la radio è dedita soprattutto negli anni Trenta. Col tempo, tuttavia, il ruolo della radio cambia. La funzione educativa del mezzo di comunicazione è sostituita dalla funzione ludica o di compagnia. I contenuti non occupano più un ruolo rilevante, la voce radiofonica fa da sfondo alle attività quotidiane.
Nel panorama attuale delle radio pubbliche non esistono programmi dedicati interamente all’arte. Quello che si sente sono singole puntate o brevi rubriche all’interno di generici programmi culturali o di intrattenimento. Dopo le sperimentazioni alla fine degli anni Settanta e la chiusura, qualche anno fa, del programma di successo “L’Arcimboldo”, l’arte è stata relegata in piccoli spazi all’interno di programmi contenitore pomeridiani e serali. Chi
Le radio alla continua ricerca di qualcosa di nuovo da proporre, per quanto riguarda l’arte, sono quelle locali che sfruttano abilmente la propria caratteristica di “community radio”. Sono radio molto legate al territorio che hanno la possibilità di interagire e rispondere alle richieste degli ascoltatori creando delle piccole comunità. Da questi incontri si sviluppano nuovi modi di presentare l’arte alla radio; spesso andando oltre l’arte figurativa come nel caso dell’arte sonora e della radio arte.
silvia panerai
*la prima foto è il logo della trasmissione L’Arcimboldo (RadioTreRai)
[exibart]
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