Gastone Biggi, Continuo AT,1962, tempera su carta, 35x50cm, Fondazione Gastone Biggi
Oltre alla grande mostra di Giacomo Balla, ormai in chiusura, Parma ha in questo momento altre due mostre degne di nota, presso la Fondazione Monteparma: Arnaldo e Stefano Spagnoli. Gli Spagnoli a Parma e Gastone Biggi, nell’ora felice. Carte dipinte 1948 – 2014. Con l’occasione, proponiamo una ricognizione sulla scena culturale della città, in una fase di rinascita.
Negli anni bui dello scandalo Parmalat, l’attività senza sosta della Fondazione Monteparma ha colmato un vuoto, diventando uno stabile punto di riferimento nella città, grazie a una segreteria generale che, nelle mani di Carla Dini, ha saputo svolgere un eccellente lavoro.
Nel 2018, è stata creata APE – Arti Performance Eventi, con l’obiettivo di aprirsi a iniziative multidisciplinari e spazi in pieno centro, nella ex sede della Banca d’Italia. Da allora le occasioni di conferenze ed eventi, con una prevalente attenzione al territorio, si sono moltiplicate, dando vita anche a mostre di notevole impegno.
Ne citiamo alcune: Attraverso le Avanguardie (2020 – 2021), dedicata all’opera pionieristica di un gallerista illuminato come Giuseppe Niccoli, Pier Paolo Pasolini e Parma (2022 – 2023), sui rapporti privilegiati tra Pasolini e la famiglia Bertolucci, Amedeo Bocchi. In punta di matita (2023 – 2024), straordinaria immersione nei disegni di grande formato di questo parmigiano eccellente trapiantato a Roma, nonché Viaggi ad Oriente (2024), grande raccolta di fotografie e documenti, curata da Arturo Carlo Quintavalle, sui viaggiatori in Medio Oriente tra il XVIII e XIX secolo.
Di Gastone Biggi, romano e trasferitosi nel 1994 in provincia di Parma, ricorreva nel 2025 il centenario della nascita e la mostra, curata da Gloria Bianchino e Carla Dini, s’inserisce autorevolmente, con 230 opere su carta provenienti dalla Fondazione Biggi, nelle celebrazioni. Ne fa parte anche la sezione Gastone Biggi nelle collezioni CSAC, relativa al periodo romano (1947-1984), costituita da opere appartenenti al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma.
L’attenzione tempestiva dedicata alla ricerca dell’artista da Arturo Carlo Quintavalle – che nel 2019 ne ha curato anche il catalogo ragionato – ha creato le condizioni per poter valorizzare e custodire al CSAC 350 opere, grazie a due donazioni successive, nel 1977 e nel 2004, in occasione della grande mostra alle Scuderie della Pilotta, curata da Quintavalle.
Dopo gli esordi figurativi, Gastone Biggi è stato, insieme a Carrino, Frasca’, Pace, Santoro e Uncini, nel 1962, tra i fondatori a Roma del Gruppo 1, movimento di punta del secondo dopoguerra, che si propose di analizzare gli aspetti primari di una percezione, ormai non solo visiva ma estesa all’ambiente. Vi contribuirono, sotto il profilo del pensiero, non solo la fenomenologia, la Gestaltpsychologie, la fisica quantistica, ma anche la spinta dei movimenti che stavano reagendo all’atteggiamento esistenziale dell’Informale, un poco ovunque, con un approccio strutturale e ri-costruttivo. Nasce, in quegli anni, quella che possiamo definire la sua “poetica del punto”, unità minima, fondamentale anche nel linguaggio visivo, capace di articolare forme, volumi, tridimensionalità per aggregazione.
Ne La nascita del punto, Biggi in antitesi a Picasso scrive: «Io non trovo, cerco. Cercare è per me più importante che trovare». In quest’affermazione si manifesta l’impaziente reazione dei nuovi movimenti, contro secoli dove l’individualismo e l’arbitrio del singolo erano stati predominanti.
La coerenza e, forse, l’ostinazione, la fedeltà ai suoi principi, fa approdare quasi subito Biggi alla costruzione di un modello aleatorio che, nella continuità, programma con naturalezza le proprie variazioni, come un organismo mobile, simile alla musica – a cui, come alla poesia l’artista è vicino – e al tempo stesso complesso e flessibile, come la vita. Biggi è sempre stato lontano dall’idea che l’uomo sia al centro dell’universo. Il suo rapporto con la figura umana, sin dagli esordi, è caratterizzato da un processo di destrutturazione. Le prove dei primi anni ’50, che lo vedono a Parigi, mostrano già un suo approccio alla tecnica puntinista. Al 1957, poi, è il primo esperimento astratto, dove ogni figura, forma, visione, si liquefa letteralmente nelle stesure di una china mista all’acquerello.
A mano a mano, prima attraverso la creazione dei Continui (1962), poi dei Variabili (1967) Biggi va creando un sistema da cui progressivamente estrarrà le varianti per ritagliarsi anche spazi d’invenzione e di libertà: dai Confronti (1970) ai Puntoritmi (1974), ai Ritmi (1976), alle eccezioni come Momenti (1979), Perturbazioni (1981), Atesini (1981),
Cieli primi (1982) e Cieli secondi (1985), sino a tornare con nuovi occhi, all’osservazione della natura per ritrovarvi le geometrie dell’universo e risalire ancora una volta, attraverso le Costellazioni (1995) le Puntocromie (2008) e le Partiture (2013-2014) alla fisionomia puntiforme del firmamento, dove in cadenze perfette, esprime la propria coesione con la poesia e con la musica.
«Chiamo a testimoni / il rosso / il nero / la curva / la retta / e il punto / della mia esistenza», ha scritto l’artista. Curiosità squisita nella mostra, sono anche le 80 tavole, dedicate alla Rue des Vins, lavorate a pastello e tecniche miste, accompagnate da sapidi commenti e fraseggi, che testimoniano della finezza intellettuale dell’autore.
Non si riflette mai abbastanza, quanto l’arte contemporanea, di cui diamo per scontata la secolarizzazione, sia l’unica, nel cammino di secoli della sua esistenza, ad aver abolito, grazie al Movimento Astratto, la rappresentazione della figura umana, in vista di una spirituale unità superiore.
Così, la lezione che potremmo ricavare dalla ricerca di questo grande artista, riguarda forse anche un principio di annullamento dell’individuo, per consentirgli il ritorno a una forma di esistenza infinitesimale che gli permetta di fondersi completamente con l’universo.
La mostra di Stefano Spagnoli, che ha scelto di esporre insieme al padre Arnaldo – pittore di talento ma a rischio di oblio -, sopravvissuto all’Oflag 83 di Wietzendorf, dove fu internato per aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò, è curata e allestita dallo stesso Spagnoli e da sua moglie Maria Cristina Soldati, con risultati decisamente sorprendenti.
Stefano Spagnoli è noto soprattutto nell’ambiente in cui è vissuto, dove ha un posto benemerito, anche per avervi ricoperto, dagli anni 80, importanti ruoli istituzionali. Grazie alla collaborazione con l’Ente Fiere di Parma, è stato anche l’ideatore del Mercante in Fiera, a cui oggi danno il proprio contributo migliaia di espositori.
Ma chi si aspetterebbe in questa Val Padana, impastata di torpori informali, un estro bizzarro come il suo e così francamente europeo? In questo frangente, Spagnoli fa un grande statement, crea una Wunderkammer che è, a sua volta, un’Opera d’Arte Totale. Ogni confine tra generi è escluso, passato e futuro non esistono. Tutto è immerso in un vasto, eterno presente. Siamo dinanzi al grande emporio di un camaleontico immaginario – d’altronde il marche’ aux puces fu il regno dei surrealisti – e dobbiamo muoverci con circospezione. Ogni cosa ci viene incontro come familiare ed estranea al tempo stesso, in uno spaesamento della coscienza che ci sfida a ricavare un flash risolutivo, capace di ricondurci al senso più nascosto del frammento e a rivelarci la sua nuda essenza.
Quella di Spagnoli è un’Ars Combinatoria – degna dell’Ars Magna del monaco medievale catalano Raimondo Lullo – che lavora sulla sovrapposizione, la scomposizione e ricomposizione, nonché sull’imitazione, il mascheramento, la tipizzazione, elaborati con un occhio impassibile, estraneo a ogni specifica identità. In questo modo, l’artista precostituisce il proprio passaporto per ogni confine. È stato fatto il nome di Paul Klee. Se ne potrebbero fare molti altri: Schwitters, Archipenko, Cornell, i tableaux poèmes di André Breton, la boîte-en-valise di Marcel Duchamp, Depero, Prampolini, Baj. Ma avrebbe importanza? Vengono in mente i Ditirambi di Dioniso di Friedrich Nietzsche: «Questo il Pretendente della Verità? No. Soltanto giullare! Soltanto poeta!».
È lo stesso Spagnoli a dirci: «Tutte le cose ritornano all’uno, ma quest’uno dove ritorna?». Questo sofisticato intellettuale – filosofo e poeta al tempo stesso – va creando situazioni e paradossi talmente insolubili da condurre la mente ad accettare l’inevitabile azzeramento di ogni spiegazione, come avviene, peraltro, nel buddhismo zen. Se siamo fortunati! Altrimenti, questo gioco, in apparenza innocente, può significare anche la tragicità dell’assoluta mancanza di senso a cui è condannata la vita dell’uomo. Sta a noi scegliere quale condizione preferiamo immaginarci.
Nel frastuono degli oggetti “a ricambio” di questo gioco universale, spiccano per il segreto che ispirano come reliquie viventi alcuni pezzi raccolti in uno spazio essenziale, tappezzato di nero, che invitano ad abbassare lo sguardo, tanto da rivolgerlo infine, verso noi stessi in un atto di assorta meditazione.
Con sfumature diverse e diversa sapienza, in fondo, sia Biggi che Spagnoli stabiliscono una curiosa alleanza: dopo aver spinto l’essere umano verso il proprio annientamento, sembrano indurlo verso una nuova coscienza e umiltà: nell’età tecnologica, l’uomo da tempo non è più il padrone del mondo in cui abita e, alla fine, come in un film di Buster Keaton, anche il più piccolo oggetto potrebbe scatenare la congiura contro di lui.
Per concludere, Parma non è solo la città del Correggio e del Parmigianino, di Maria Luigia e di Verdi, del parmigiano e del culatello, ma è anche la città di Ildebrando Pizzetti, di Bruno Barilli, di Virgilio Marchi, di Guareschi, di Pietro Bianchi e della famiglia Bertolucci, di un industriale come Barilla, di critici come Giulio Bollati e Mario Lavagetto, di saggisti come Paolo Lagazzi, di pittori come Carlo Mattioli, di scrittori come Alberto Bevilacqua e Romano Costa e di un editore come Franco Maria Ricci.
So di dimenticarne molti altri ma si può dire, in sostanza, che Parma ha gli anticorpi sufficienti per poter rinascere e dare, presto, il meglio di sé.
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