Herba Beta, la storia degli zuccherifici a Ferrara, tra presente, passato e futuro

di - 12 Luglio 2021

Ogni territorio è frutto di una stratificazione storica che nel tempo ha plasmato non solo le aree urbane e i paesaggi, ma anche intere comunità. Fino a quindici anni fa circa, l’area del ferrarese era conosciuta per la coltivazione e raffinazione di uno dei vegetali più noti al mondo: la barbabietola da zucchero. Per quasi un secolo tale industria ha prosperato e portato benefici per la popolazione di questa terra, a partire dal 1896 quando Adriano Aducco ha iniziato a sperimentarne la coltivazione e con l’avvento tre anni più tardi del primo stabilimento di lavorazione a Codigoro (FE). Questa storia avvincente che ha decretato le sorti di intere generazioni è stata accolta e rielaborata da un gruppo di creativi nell’ambito del workshop “Il Mestiere delle Arti” (IV edizione), organizzato da GAER – Giovani Artisti Emilia Romagna e finanziato dalla Regione Emilia Romagna. Il corso intensivo è stato guidato dall’artista Andreco, il quale, insieme ai partecipanti, ha sviluppato un’idea di rigenerazione urbana insolita (anche a causa dell’emergenza pandemica), non orientata verso un intervento sul paesaggio urbano, ma, al contrario, che passa attraverso il racconto corale di una comunità.

In questo contesto il concetto di rigenerazione della città assume come chiave di lettura l’insieme dei cittadini e non la riqualificazione di un luogo fisico in senso stretto. L’intento è stato quello di ricostruire una memoria collettiva, la storia degli zuccherifici ferraresi, per riappropriarsi di un pezzo di un passato recente che sta rischiando di svanire. Come riportato nel testo critico di Ornella D’Agnano, lo studioso Giuseppe Muroni sottolinea: «Di quel secolo, di quell’era dello zucchero, non è rimasto più niente, eroso piano piano, granello dopo granello. Rimangono le vestigia di un tempo perduto, qualche struttura fatiscente qua e là, poche testimonianze orali registrate o scritte a mano. Un immenso patrimonio di storia orale che aspetta di essere strappato al regno dell’oblio».

Proprio per scongiurare una inevitabile perdita del ricordo, il gruppo, composto da venti giovani creativi, ha indagato tra gli strati accumulati nel tempo, scavando tra le memorie degli ex lavoratori e lavoratrici degli stabilimenti. Il risultato di questo lungo processo ha portato alla realizzazione di Herba Bēta, un evento in più fasi, ognuno in dialogo con diversi aspetti del tessuto urbano.  La prima fase è scaturita in una serie di manifesti affissi in vari luoghi della città di Ferrara, rielaborazione di stralci delle interviste e delle fotografie d’archivio, piccoli cortocircuiti visivi, elementi di disturbo, punti di messa a fuoco che cercano di cogliere lo sguardo distratto del passante per riaccendere il ricordo o scatenare curiosità. Oltre a questa apertura verso lo spazio pubblico, nelle giornate del 10 e 11 luglio è stata allestita una mostra presso gli spazi (anch’essi riqualificati) della Factory Grisù.

Come una scatola cinese di racconti, accedendo agli ambienti una volta adibiti a caserma dei vigili del fuoco, si ritrovano le fotografie e le storie dei lavoratori e lavoratrici dell’industria saccarifera. In un continuo rimando di senso tra passato e presente, la mostra si apre con la timbratura del cartellino, personalizzato per ogni visitatore, e scandita dall’idea di un tempo ciclico che una volta guidava le vite di coloro che facevano parte della filiera. Il cuore della mostra è una vera e propria operazione di decostruzione dei processi e dei racconti ad essa legati, riproponendoli attraverso immagini, suoni, gesti e oggetti che evocano e incarnano molteplici significati. Le videoinstallazioni presenti giocano sulla cancellazione e riscrittura del passato, a partire dalla torre di distillazione che viene rasa al suolo, fino alla rielaborazione delle foto d’archivio, ove le architetture vengono anche lì demolite ma solo graficamente. Da questo cumulo simbolico di macerie rimangono le persone, i volti e le voci che accompagnano il visitatore, quali testimonianza incarnata di quell’epoca.

Un’eredità che viene individuata nella sacralità della barbabietola quale prodotto della terra e, pertanto, oggetto di una performance-rituale che ripropone le reali tecniche di lavaggio della rapa prima della sua lavorazione, procedimento che viene trasposto su un piano mistico. Il suono della sirena riecheggia nell’ambiente, il tempo del lavoro è finito, l’uscita viene marcata da una seconda timbratura del cartellino. Il progetto Herba Bēta non termina però nell’ambito della mostra, l’esperienza intensiva di lavoro di squadra e recupero della memoria collettiva diventerà un archivio permanente online, proprio per preservare e tramandare la vicenda dell’industria dello zucchero e di Ferrara.

@https://twitter.com/Stars_todream

Nata a Pompei nel 1990, è laureata in Storia e Critica d’Arte presso l’Università degli Studi di Salerno nel 2016. Attualmente collabora con diverse riviste del settore ed è autrice di testi critici per cataloghi e mostre.

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