I Fabulous Muscles di Danh Vo

di - 11 Giugno 2013
Brandelli di storia e vita personale, riflessione su colonialismo, migrazione e modelli ispiratori della modernità, sono alcuni degli ingredienti della miscela complessa dell’arte di Danh Vo, e del suo strepitoso successo. Classe 1975,  l’artista vincitore lo scorso anno dell’Hugo Boss Prize, viene presentato a Museion (Bolzano), attraverso “Fabulous Muscles”, la personale che, fino al primo settembre proporrà una selezione di opere, tra le quali il celebre progetto We the people, giunto alla sua tappa conclusiva, dopo essere stato ospitato in numerosi musei europei e non (dal Fridericianum di Kassel all’Art Insitute di Chicago). Le icone più note della cultura mondiale si mescolano, nel lavoro di Danh Vo -che sarà anche nel team curatoriale di Juan A. Gaitàn alla prossima Biennale di Berlino- a tracce sensibilissime di vita privata, in un affascinante intreccio che si arricchisce del confronto tra Oriente e Occidente.
L’artista nato in Vietnam, ma cresciuto in Danimarca, attinge infatti ai due macrobacini culturali, per riproporne frammenti pungenti, che si snodano lungo un percorso dal linguaggio poetico cristallino e  diretto, legando icone globali e storia personale, come quando alla Biennale di Berlino, espone il Rolex del padre, attraverso un gesto che permette di superare il concetto di ready made, grazie alla relazione con la propria storia personale, come ha evidenziato la direttrice di Museion e curatrice dell’evento Letizia Ragaglia. Partiamo da We the people, l’opera monumentale, i cui pezzi Vo ha condotto in giro per il mondo e che troverà il proprio punto di arrivo a Bolzano, carica dell’altissimo valore simbolico dei propri frammenti che, come spesso accade nell’opera di questo artista, si articola attraverso vari livelli di lettura. I frammenti, sono quelli della Statua della Libertà – icona simbolo degli Stati Uniti e dei principi ispiratori della loro costituzione, dal cui inizio l’opera prende il titolo – ma rigorosamente made in China e realizzati a sbalzo: praticamente un ossimoro che centra punti nevralgici nella complessità del presente, con il suo mutare degli equilibri mondiali, sia economici che politico-culturali.
I 21 frammenti del progetto presentati a Museion (molti dei quali esposti per la prima volta),  si propongono come elementi insospettati dal carattere minimale, frutto però della frantumazione di un’icona potentissima, riproposta in una realizzazione minuziosa e spietata – che ricorre alla stessa tecnica di realizzazione dell’originale –  sempre parziale oltre che frammentaria, nella quale la fedeltà al modello si trasforma in un’arma nelle mani dell’artista. E ancora una volta con questo lavoro, Danh Vo supera il concetto di ready made, dato che la Statua della Libertà, non viene solo decostruita e riproposta attraverso i suoi frammenti, ma diventa protagonista di una sorta di viaggio a ritroso, per le affinità con la sua nascita ad opera di Frédéric Bartoldi (grazie al contributo di Eiffel), che la fece arrivare a destinazione attraverso un lungo tragitto compiuto via mare, sempre in frammenti.
La riflessione sul modello di libertà e democrazia rappresentato dalla Statua della Libertà e sul loro effettivo stato di realizzazione, si arricchisce di ulteriore valore simbolico nella mostra a Museion, visto che avviene a 5 anni esatti di distanza da “Sguardo periferico e corpo collettivo”, esposizione inaugurale della nuova sede del museo, accompagnata da innumerevoli polemiche a causa di un’opera di Martin Kippenberger. Altre icone, quelle della Budweiser e dell’acqua Evian, vengono proposte scritte in foglia d’oro, su cartoni da imballaggio come in un Rauschenberg inizio anni’70, racchiusi in bacheche di legno e vetro che agiscono cristallizzandole, oltre che sottolineandone la preziosità. Come accade per il titolo della mostra che, prestandosi a varie letture, rimanda alla fisicità della Statua della Libertà, così come al linguaggio del mondo gay e alla band americana Xiu Xiu, lingua e scrittura sono elementi fondamentali dell’opera di Danh Vo, che si sviluppano in direzioni inaspettate.
Un ottimo esempio di questo aspetto, lo si può rintracciare anche nell’installazione Beauty Queen che, nell’allestimento di Museion, vede degli arti lignei (evidentemente appartenenti ad un crocefisso date le stigmate ben visibili) che l’artista colloca in modo inaspettato, in dialogo con i mastodontici frammenti di We the people, mentre la riflessione sulla cultura e sui suoi valori, prende le forme anche di un vecchio altare proveniente da una chiesa vietnamita sconsacrata. Giunto a Bolzano, dopo Basilea e Francoforte, Amsterdam, Copenhagen e Chicago, al Guggenheim di New York fino al 27 maggio, e al 18 agosto a la Ville de Paris, con la personale “GO MO NI MA DA”, Danh Vo è presente anche alla Biennale di Venezia.  Dal 29 giugno, accanto a “Fabulous Muscles”, sempre a Museion aprirà  “Little Movements: Self-practice in Contemporary Art”, un progetto dei due curatori Carol Yinghua Lu e Liu Ding, frutto di una ricerca che si sviluppa dal 2009, analizzando il sistema dell’arte, attraverso alcune sue pratiche esemplari.

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