Il cielo sopra Istanbul

di - 17 Aprile 2017
Sono andata per la prima volta a Istanbul nel 1970. Vivevo a Padova. Sergio Bettini, il grande storico dell’arte medievale, organizza un viaggio di studio esteso ai laureandi. “Vedo” l’influenza di Costantinopoli/Bisanzio/Istanbul sulla cultura dell’Occidente, su Venezia e San Marco. Un’impareggiabile “lezione dal vivo” e un viaggio di formazione che ancora ricordo.
Quando ho letto Istanbul di Orhan Pamuk, ho capito che la lezione di Bettini mi aveva così colpito, perché mi aveva ricongiunto alla città dove ero nata, così come fa Pamuk con la sua Istanbul, combinando le tracce dei suoi ricordi familiari e quelli dei tanti che hanno raccontato e studiato questa città simbolo.
Grazia Toderi mi aveva trasportato a Istanbul tra i vapori dell’aereo che si alza in cielo in uno dei suoi primi video Terra, 1997. Ora Toderi e Pamuk creano insieme “Words and Stars”, ovvero il loro incontro nel “Cielo sopra Istanbul”.
Sotto traccia c’è Il museo dell’innocenza, e il desiderio di Pamuk di arricchirlo con l’infinito che ha visto nel video di Grazia, Orbite Rosse (2009), alla Biennale di Venezia. Una storia eccezionale che poteva succedere solo a Istanbul: la città simbolo dello “Stato nascente” dell’Occidente.
A Bisanzio, infatti, durante la dinastia Comnena (XI-XII secolo) è avvenuta la copiatura dei codici greci che hanno salvato la tragedia, la letteratura, la filosofia della culla della civiltà dell’Occidente. Anche questa è una memoria dei miei studi universitari. Mi era sembrato straordinario che un programma di ricerca scientifica, ante litteram, fosse stato scelto per rappresentare il potere di una dinastia e la supremazia di una città.
Anche Roma antica aveva avuto un occhio di riguardo per le statue greche, ma ero sorpresa dall’attenzione politica per il pensiero scritto.
Istanbul è per me una lunga scia che, dalla Basilica dei Dodici Apostoli, da Santa Sofia, dalla Cisterna Bim-Bir-Derek (le mille colonne), dal Bosforo, arriva a Venezia dove sono nata. Forse, l’emozione che ho provato nelle varie volte che sono andata alla Biennale di Istanbul, dipende da questo intreccio tra il mio luogo d’origine e l’inizio dei miei studi artistici, tra i quali ricordo la bellissima lirica bizantina sulle luci di Santa Sofia. La luce di Istanbul, accesa dal riflesso del cielo sull’acqua, concorre in modo decisivo alla percezione materiale, urbana.
Grazia è maestra nell’inserire stelle vere e immaginarie nelle sue “luci pulsanti”, come spesso le chiama, che tutti riconosciamo, ma che non sempre sappiamo inserire nell’osservazione quotidiana. E oggi dal “cielo sopra Istanbul” compie un nuovo passaggio. Le luci che si addensano in un magma fisico – motivo firma di molti suoi video, in particolare Rosso Babele (2006) – qui si diradano, lasciano intravedere la moschea di Solimano, la sinuosa struttura tra il mare e il Bosforo, le colline che fanno da sfondo, qualche ammasso della sua stratificata architettura. In questa galassia brillano, si eclissano, ricompaiono le stelle del cielo e quelle di Grazia. La notte s’illumina di “Words and Stars”, cadenzata dalla grafia delle parole di Pamuk.
L’opera è stata presentata per la prima volta, durante Artissima 2016, a Palazzo Madama e al Planetario di Torino dove, allungati sulle poltrone, abbiamo visto il primo video in bianco e nero. Sopra di noi il cielo e una città intera. Come anomali astronauti, abbiamo assistito al suo respiro di notte, al suo dilatarsi e condensarsi in un percorso senza soluzione di continuità, con il quale Grazia ritrae lo spazio urbano e l’invisibile presenza dei suoi abitanti. In tutti i suoi video, le città non sono vuote: anche se non si vede chi le abita, si sente la temperatura della vita.
Ora, al Mart di Rovereto (fino al 2 Luglio, catalogo Electa), Gianfranco Maraniello, ha raccolto l’intero lavoro, “Words and Stars”, composto di tre installazioni: Monologo, Dialogo, Conversazione.
C’è un risucchio dentro la rotazione del mondo, messa a fuoco su una porzione umana specifica: Istanbul. L’evocazione del globo è intuibile. Si passa dal bianco e nero del Monologo, una proiezione in un unico schermo; al blu-turchese del Dialogo, una doppia proiezione; al rosso della Conversazione, cinque proiezioni su cinque schermi che si dispongono circolarmente nella stanza. Una trilogia potente e intima.
Dire che è un viaggio cosmico è quasi tautologico, la diversità delle riprese e dei colori evidenzia, piuttosto, un viaggio attraverso i linguaggi classici della composizione artistica.
Abbino il bianco e nero all’origine della fotografia e alla scrittura, il blu al cielo, il turchese all’acqua, il rosso alle lampade ai vapori di sodio, che da tempo Grazia usa nella sua “tavolozza”. Il senso pittorico è definito dai colori e dalla riconoscibilità più esplicita di alcune zone della città.
Le parole di Pamuk, che richiamano gli amanti de Il Museo dell’Innocenza, sono il timbro del loro reciproco progetto, ma non creano quella vibrazione che normalmente accade nella lettura. Scivolano sulla galassia di Toderi e, purtroppo, non trovano il punto di pulsazione con le luci, i colori, la densità di questa Istanbul vista da Grazia e voluta da ambedue: non ricongiungono il mio vecchio viaggio di formazione. Peccato.
Francesca Pasini
Sopra: Grazia Toderi e Orhan Pamuk, foto di Antonio Maniscalco

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