Il Design sul Mare

di - 4 Luglio 2012

Il nome di Antonio Presti per molti significa trasgressione, estro e diversità nel fare l’arte. Posizione che gli ha procurato solidi consensi (a scanso di equivoci, io sono tra questi) e forse anche qualcosa in più: dedizione illimitata dei suo collaboratori e adesione spesso totale tra i sostenitori, ma che gli ha generato anche qualche critica. Soprattutto una certa antipatia da parte del sistema dell’arte. Personaggio troppo scomodo, ingovernabile, dalle prime grandi provocazioni delle sculture monumentali di Fiumara d’Arte, ovvero opere gigantesche realizzate da alcuni grandi artisti italiani a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta: Pietro Consagra, Tano Festa, poi Idetoshi Nagasawa, infine Mauro Staccioli, tirate su, molto su (alte fino a 20 metri) su demanio pubblico senza chiedere i relativi permessi. «Volevo vedere come reagiva la Sicilia, terra di ‘abusivismo conclamato’, di fronte all’arte fatta in questo territorio al di là delle pseudo regole», spiega lui.

E la risposta delle istituzioni sicule non si fece aspettare: non si trattava di opere, ma di manufatti abusivi che, come tali, andavano distrutti. Una volta tanto, i poteri che governano l’isola, un’isola bellissima ma con una particolare tendenza suicida, a farsi del male senza che se ne capisca bene il perché (anticipazione di un vizio italico più recente), avevano prontamente individuato il “costruttore abusivo” (così fu definito Presti) e le prove del malaffare. Peccato che si trattava di un mecenate e di opere d’arte.

E non è finita. Non contento dello scompiglio che aveva armato: un folto movimento d’opinione aiutò a decretare la legittimità di Fiumara d’Arte, ottenuta però solo in Cassazione, Antonio si mette a fare un albergo: l’Atelier sul Mare, il primo degli art hotel spuntati come funghi anni dopo sulla penisola. Non a Portofino o a Capri, ma in un paesino sperduto della costa nord siciliana neanche particolarmente bello, dove gli artisti erano chiamati non a decorare le stanze, ma a demolirle per costruire al loro posto complicate installazioni dove l’ospite doveva dormire. Cambiandola ogni notte, per giunta. Un sogno o un incubo, a seconda delle reazioni. Così quella massiccia struttura in “stile moresco”, che andava di moda negli anni Sessanta, cominciò progressivamente a spogliarsi di anonime stanze sostituendole con le invenzioni di, tra gli altri, Paolo Icaro, Maurizio Mochetti, Luigi Mainolfi, Nagasawa, Maria Lai, Sisley Xhafa. Uno dei primi esempi di Arte Pubblica, sia pure in formato domestico e una delle prime occasioni, per gli artisti, per misurarsi con ambienti destinati a una fruizione diretta e senza mediazioni.

Basta? Macché. Poteva uno come lui, che si autodefinisce “conduttore di bellezza”, sopportare che una città come Catania abbia al suo interno, anzi ai suoi estremi, un bubbone di periferia di 100mila abitanti, con un paio di scuole ma senza altri servizi e soprattutto senza bellezza? «Voglio i fiori per Librino, non le fogne», mi ricordo che mi disse un giorno facendomi vedere quel che era diventato nelle mani degli amministratori locali il progetto della grande periferia catanese pensato da Kenzo Tange: casermoni su casermoni, con i cortili spesso ridotti a discarica. «Le fogne gliele devono dare loro. Io penso a portarci i fiori». Non uno o cento, ma mille. Perché il Nostro tende a fare le cose in grande: poeti nei treni e nelle scuole, scrittori in gran tour per le nove province siciliane che finivano immancabilmente nelle scuole di Librino, sopraffatti dall’entusiasmo dei ragazzini, Claudia Cardinale che rifà il ballo del Gattopardo (sempre a scuola), spot girati da filmmaker focalizzati sul quartiere con attori presi tra gli abitanti e trasmessi nelle tv locali, bandiere fatte dai ragazzi che tappezzavano l’autostrada, un “Muro della bellezza” al posto di un triste quanto smisurato muro che divideva Librino da Catania realizzato da centinaia di studenti, fotografi internazionali chiamati a fare dei workshop sugli abitanti del quartiere per immortalare la bellezza loro e di quel luogo (guai a chiamarlo degradato! Bisogna crederci per trasformare qualcosa, cominciando dalle parole) fino a far dire a tutti: “Io sono bello”. E dunque riscattarsi civilmente a partire dal riconoscimento di un’identità diversa.

Grosso modo questa è la storia di Fiumara e di Antonio Presti, che da un’idea di Arte Ambientale fatta di possenti manufatti si è progressivamente spostata su un progetto di Arte Pubblica più immateriale e più attento alle relazioni umane e civili che l’arte può attivare. Slittamento motivato anche dalla necessità di avere soggetti in carne ed ossa della sua “azione artistica” (quasi più politica che artistica) e dal non aver trovato interlocutori tra le istituzioni che anzi, fino a poco tempo fa, sono state parecchio ostili verso tutta l’impresa. Ma ora è partita un’altra avventura. Sicuramente non l’ultima.

In questi giorni l’Atelier sul Mare sta ospitando un workshop di design: otto studenti affidati ad altrettanti tutor: gli italiani Giovanni Levanti, Mario Trimarchi, Luigi Prestinenza Puglisi, Aldo Bakker e Chris Kabel di Droog Design (Olanda), Michael Obrist (Austria), Vered Zaykovsky (Israele), Wyssem Nochi (Libano) che vi si fermeranno per una settimana. Per un qualsiasi altro luogo non ci sarebbe nulla di strano, ma pensando a questo albergo che ha ospitato set cinematografici (Raoul Ruiz), centinaia di studenti da Catania, Palermo e altre città siciliane, artisti in residenze a lungo termine quando ancora non si parlava di residenze (cioè lunghi soggiorni a gratis), la cosa suona strana. Che il “conduttore di bellezza”, il mecenate pazzo, Antonio Presti insomma, si sia convertito a progetti funzionali, magari addirittura redditizi? «Mancano otto, nove stanze da trasformare in opere d’arte, ma se facessi una cosa del genere, condannerei l’Atelier sul Mare alla staticità. Chi avrebbe il coraggio di cambiarle? Se invece le completo con il design, posso rinnovarle. Il design, quindi, per me è una scelta che conferma il carattere sperimentale e a favore della contemporaneità dell’Atelier sul Mare», spiega Presti.

L’arte, dunque, come qualcosa di inamovibile, quasi di sacrale anzi, e il design come linguaggio che si può anche disfare? «Non esattamente, perché l’occasione del workshop, come altre iniziative che seguiranno, vedono la presenza di maestri del design che realizzeranno delle stanze d’arte a tutti gli effetti verso le quali porterò lo stesso rispetto. Ma sono coinvolti anche giovani designer che si alterneranno nelle stanze ogni due, tre anni. E che possono intervenire fin da ora sugli altri spazi: la sala ristorante, i corridoi, le scale. L’Atelier sul Mare deve rimanere un luogo vivo e questo è l’unico modo per garantirlo. Per giunta non si tratta di design industriale, riproducibile su grande scala, ma solo e rigorosamente sperimentale». Il discorso non fa una piega. E non si ferma qui.

È da un paio d’anni che il progetto di Fiumara d’Arte si è trasformato in fondazione: Presti non ha eredi e vuole salvaguardare la continuità dell’operazione, i tentativi di metterla in sicurezza presso la Regione Sicilia finora non sono andati a buon fine. Tra gli obiettivi della fondazione c’è anche quello di istituire una Accademia specializzata in progettazione e conservazione dell’arte contemporanea, expertise che nasce proprio dall’esperienza di Fiumara, cui però Presti vuole aggiungere anche il design, «che può funzionare anche per dotare le opere di Fiumara di luci, panchine e altri servizi. Perché dovrebbe progettarli un geometra? Meglio se ci pensa un giovane designer. Immagino inoltre l’Accademia come una scuola viva che prepari anche i futuri artigiani, dove i ragazzi si possono formare in pittura, ceramica, falegnameria. Una scuola del fare, insomma. Vitale».

Probabilmente un’iniziativa del genere, che vede coinvolta direttamente la fondazione che affiderebbe a una Srl la gestione della scuola, funziona anche per migliorare il rapporto con il territorio che non è mai stato pacifico, caratterizzato piuttosto da spinte divaricanti: grandi entusiasmi, specie tra i più giovani, che hanno visto quel territorio popolarsi di realtà diverse dall’incuria in cui normalmente versa e, come s’è detto, indifferenza dalle istituzioni. Rapporto da non trascurare, dopo tante esperienze negative, specie se si vuole fare un’arte fuori dalle regole. E prezioso perché il sogno di un mecenate ingovernabile non tramonti con lui.

A.P.

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