Il favoloso mondo | di Sophie

di - 15 Ottobre 2014
A chi le chiede perché la parola “souci” Sophie Calle risponde candida, quasi svagata: «Parce que c’est le dernier mot qu’elle a prononcé» (Perché è l’ultima parola che ha pronunciato n.d.r). Lo afferma al Castello di Rivoli, in occasione della sua mostra MAdRE, parte di un progetto in progress che l’artista francese (Padiglione alla Biennale di Venezia nel 2007) ha iniziato proprio in quel periodo, dedicato alla figura della madre scomparsa il 15 marzo 2006, che pronunciò appunto “souci” (in italiano “preoccuparsi” n.d.r.) prima di spirare.
A Rivoli è in scena il risultato degli ultimi anni, in dialogo con alcune sale al secondo piano del Castello. Sophie ha preparato personalmente, insieme alla curatrice Beatrice Merz, una mostra – la sua prima in un museo italiano – leggera e densa, dove si ritrovano i topos della sua produzione più che trentennale, ma dove stavolta la scrittura non è così presente.
C’è invece un impalpabile “preoccuparsi”, un’ “inquietudine” che ha a che fare con la messa in scena dei rituali che l’artista ci ha sempre raccontato, con quella passione che l’ha resa anche uno dei più bei personaggi di un romanzo di Paul Auster, Leviatano, che prese in prestito vita e carriera di Calle, inscindibili, per tracciare i tratti della sua Maria Turner, che «era un’artista, ma la sua attività non aveva nulla a che vedere con la creazione di oggetti comunemente definiti artistici. Secondo alcuni era una fotografa, secondo altri una concettualista, mentre altri ancora la consideravano una scrittrice, ma nessuna di queste definizioni era esatta, e alla fin fine non credo che si presti a essere etichettata in alcuna maniera». Siamo in questo caso di fronte a uno dei ritratti migliori fatti alla poetica dell’artista, sempre sull’affascinante limite tra realtà e sceneggiatura del quotidiano, che diviene appassionante romanzo.
Il racconto di Sophie si sofferma anche su un altro aspetto della sua relazione con la madre: «Finalmente» le disse, quando ai piedi del letto di morte sistemò la sua macchina fotografica. Voleva entrare in un suo progetto, in una sua opera.
Per la verità la signora Rachel Monique c’era entrata diverse volte, sia nel 1979, quando era stata una dei protagonisti del progetto Les Dormeurs, «poco più di un gioco» che dischiuse il mondo dell’arte contemporanea internazionale a Sophie Calle, partendo dalla sua partecipazione alla Biennale di Parigi nel 1980. Pochi mesi più tardi, nel 1981, la madre fu complice del pedinamento che Sophie organizzò per sé stessa (La filature). In questo caso l’artista aveva chiesto di essere spiata dopo aver spiato a sua volta una serie di sconosciuti, arrivando a seguire un uomo a Venezia, facendosi assumere come cameriera al piano per poter osservarlo meglio (La suite venitienne, 1980).
È ancora Auster a tracciare un perfetto filo letterario su questo aspetto, usando sempre la figura di Maria: «Il suo soggetto era l’occhio, e i suoi interventi rivelavano le stesse caratteristiche che erano presenti in lei: un’attenzione meticolosa per i dettagli, una fede nelle strutture arbitrarie, una pazienza ai limiti della sopportazione. Per una delle sue opere assunse un investigatore privato per farsi seguire per la città. Per diversi giorni l’uomo le scattò delle fotografie mentre faceva i suoi giri, annotando i suoi movimenti in un piccolo taccuino, senza tralasciare nulla, neanche gli episodi più banali e transitori. La macchina fotografica non era più uno strumento che registrava presenze, bensì un modo per far scomparire il mondo, una tecnica per incontrare l’invisibile».
Difficile per la critica, come ha scritto Beatrice Merz nel paper che accompagna l’esposizione, approcciarsi «davanti a fatti pubblici e privati riportati con tanta delicatezza e tanto coraggio». E forse non è un caso, infatti, che l’artista non ami particolarmente le interviste, e che eviti la pubblicazione di volumi che non siano prodotti e costruiti dalla sua stessa, precisissima, direzione.
Ma torniamo alla mostra, e alla figura di una madre vista non certo come amica, come molto spesso oggi si autodefiniscono le giovani nei confronti delle figlie, ma una compagna-complice, che spesso è tornata a fare capolino negli articolati progetti della figlia, che portò anche il detective tra le tombe del cimitero di Montparnasse, ultima dimora della signora Monique, già fotografata in diverse occasioni proprio qui, nonostante Calle abbia spesso rimarcato: «Mia madre amava essere oggetto di discussione, ma la sua vita non compariva nel mio lavoro e questo la contrariava». Alla fine della sua vita Rachel Monique lasciò i diari alla figlia, che riporta: «Prima di perdere conoscenza, mia madre ha chiesto che portassi a casa i suoi diari. Ho scelto di non distruggerli. Sapeva benissimo quello che sarebbe potuto accadere se me li avesse lasciati». E Sophie scopre quella che sembra una premonizione: «È inutile sperare nella tenerezza dei miei figli, tra la calma indifferente di Antoine e l’arroganza egoista di Sophie! La mia unica consolazione è che lei è talmente morbosa che verrà a trovarmi più spesso al cimitero» scriveva Rachel il 28 dicembre 1985.
Una serie di “atteggiamenti” spesso anche spiritosi, nel senso freudiano del termine, e completamente lontani da quelle che potrebbero essere volontà scaramantiche o catartiche: c’è un avvicinarsi al momento finale e più misterioso della vita quasi affettuoso, dove si accarezza la sfinge con un atteggiamento serissimo ma non serioso, e allo stesso tempo ironico, languido.
E così la stucchevolezza delle tende bianche ricamate, funeree, installate tra una sala e l’altra di Rivoli e che portano ognuna la parola “souci” replicata tra fiori e stemmi, passa in secondo piano.
Così come non regge l’idea che da qualche tempo Sophie Calle sia un’artista che gira intorno ai propri temi non apportando più sostanziali cambiamenti e non presentando qualcosa di “rivoluzionario”, come è stata la sua personalissima Narrative Art tre decenni fa. Perché l’artista, nata a Parigi nel 1953, non solo rivela ancora una grande capacità di destreggiarsi tra l’eterogeneità di molteplici medium, ma anche di essere una delle poche figure del contemporaneo in grado di mantenersi su un piano poetico dove la forma non è un mero commento ad un pensiero, ad un’idea, ma dove l’estetica gioca un ruolo fondamentale. Non a caso la mostra di Rivoli è magistralmente allestita site specific.
Ma c’è un altro progetto a Rivoli, circoscritto alla Sala 18, che con la Madre ha piuttosto a che fare, e che titola Voir la mer, che in francese significa appunto mare e madre.
Acqua come vita, fonte di nascita, e stavolta a fare da sfondo a un’esperienza “di sguardo” è una delle città-culla della cultura europea e asiatica, incrocio di vite: Istanbul. Qui Sophie Calle intercetta una serie di persone che, pur vivendo da sempre nella metropoli turca in tutto e per tutto connotata dal mare non lo avevano mai visto.
Le reazioni sono differenti, come di fronte a un lutto o ad una gioia troppo grande. Come vedere per la prima volta il mistero dell’origine, uscendo dalla propria condizione sociale, e di impedimento, per scoprire la meraviglia di un’altra visione possibile: «Ho chiesto loro di guardare verso il mare e poi di tornare indietro verso di me, per farmi vedere gli occhi che avevano appena visto il mare per la prima volta».
Ma c’è anche un altro mare, per la madre: quello delle immagini del viaggio al Polo Nord, luogo dove Rachel Monique avrebbe sempre voluto andare e che Sophie scelse, nel 2008, come territorio dove sotterrare (questo passaggio sì, catartico) una sua collana di Chanel, un anello e un ritratto. «Forse tra migliaia di anni qualche glaciologo troverà l’anello, e nella cultura inuit il fulgore di quel diamante alimenterà interminabili dibattiti. A meno che qualcuno, perlustrando la riva, non lo scopra e lo baratti con una casa a Grenoble».
Lucida Sophie. Spietata e irriverente come sempre appare nelle sue creazioni “di metodo”. Una ragazzina di 60 anni e passa, che chiude idealmente questo progetto – almeno per ora – con una considerazione un poco amara, ma forse inevitabile per il destino dell’arte e di ogni artista: si lasciano eredi (anche se nel caso di Sophie Calle e della sua ricchezza creativa è ancora tutto da verificare), ma nessun orfano: «Il 27 dicembre 1986 mia madre aveva scritto nel suo diario: “Mia madre è morta”. Il 15 marzo 2006 scrivo a mia volta: “Oggi mia madre è morta”. Di me non lo dirà nessuno. Fine».

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