In un’Italia in cui la partecipazione culturale rimane sotto la media europea, sorprende scoprire che esistono oltre 2300 festival diffusi su tutto il territorio nazionale. È il dato più emblematico emerso da otto anni di mappatura realizzati dal progetto TrovaFestival, che ha rilevato la crescita di una vera e propria costellazione di eventi culturali, capaci di trasformare borghi e metropoli in spazi di espressione, comunità e sperimentazione.
Ma questa espansione non è priva di contraddizioni. Accanto al valore economico, sociale e urbano generato dai festival, emergono anche fenomeni problematici: greenwashing, tokenismo – inteso come una presenza simbolica di persone marginalizzate per apparire inclusivi, senza garantire loro reale ascolto, potere o spazio decisionale -, disuguaglianze di accesso, precarietà, gentrificazione culturale. In risposta a queste derive, nasce il Manifesto dei Festival, promosso da Arci e dal progetto Diritto alla Festa. Si tratta di un documento collettivo, redatto da oltre 60 festival organizzati dai circoli Arci in tutta Italia, che propone una visione alternativa e politica della festa.
Il Manifesto dei Festival parte da un’affermazione radicale: “Tuttə hanno diritto alla festa”. Un diritto da esercitare, non un prodotto da acquistare. In un panorama in cui molti eventi diventano sempre più elitari, commerciali e scollegati dai territori, il Manifesto rivendica una cultura accessibile, partecipata, sostenibile e radicata.
Il primo nodo critico riguarda la trasformazione della cultura in evento turistico. “L’eventificazione” riduce la complessità culturale a un’esperienza da consumare, spesso escludendo i residenti e sfruttando i territori senza relazioni durature. In opposizione, il Manifesto propone la festa come atto politico e comunitario, uno spazio di libertà e riappropriazione, fondato sulla gratuità, sulla creatività spontanea e sulla partecipazione diretta delle comunità.
Il secondo punto si concentra sulla partecipazione. Parlare di inclusione oggi non basta: serve mettere in discussione le strutture dei festival, aprire direzioni artistiche, abbattere le barriere architettoniche e culturali, garantire spazi accessibili a soggettività queer, migranti, precarie, neurodivergenti. Il Manifesto chiede coprogettazione e rappresentanza, non ospitalità simbolica.
Nel mondo degli eventi, la retorica green è ovunque, ma spesso smentita dai fatti. Il Manifesto chiede sostenibilità reale e strutturale: riduzione dei rifiuti, trasporti collettivi, materiali riciclati, filiere tracciabili. Ma soprattutto rifiuta la contraddizione tra marketing ecologico e sponsor inquinanti: chi finanzia orienta, e un festival veramente sostenibile deve essere eticamente coerente.
Un altro tema cruciale è il rapporto con i territori. Il Manifesto rigetta l’evento “calato dall’alto” e valorizza le periferie e le aree interne, ma solo attraverso relazioni autentiche e coprogettazione. La rigenerazione urbana, per essere credibile, deve basarsi su ascolto, rispetto e radicamento.
Infine, la festa è intesa come rito di comunità, un tempo sospeso in cui si costruisce un senso di appartenenza, si immaginano alternative, si pratica la democrazia. Non semplice evasione, ma una forma di resistenza quotidiana in un mondo frammentato.
Oltre la musica e gli spettacoli, ciò che resta davvero di un festival è l’esperienza collettiva. Se organizzata dal basso, sottratta alle logiche commerciali, la festa può diventare una palestra di democrazia e un laboratorio sociale. Uno spazio in cui anche le soggettività marginalizzate possono trovare voce, visibilità e protagonismo.
Il Manifesto dei Festival è, in questo senso, un appello culturale e politico. Non una dichiarazione di intenti astratta, ma un invito a trasformare i suoi principi in pratiche reali, monitorabili e condivise. Le organizzazioni che lo promuovono – tra cui Arci, Ateatro, TrovaFestival, A Sud, Cultura Sostenibile, Ucca – hanno il compito di aprire spazi di confronto e di co-costruzione. Ma la responsabilità principale è delle comunità che vivono i festival: solo attraverso la loro partecipazione attiva, questi spazi potranno davvero trasformarsi in frammenti di futuro vissuti, per qualche giorno, in una piazza, in una voce, in una festa.
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