Silvia Cini, Segnasfalcio Estranee, veduta della mostra, Sinantropico, Fondazione Baruchello, Roma, ph. Sofia Basso
Nel lavoro di Silvia Cini il paesaggio non è mai un semplice scenario ma un organismo complesso, un campo di forze dove si intrecciano specie, memorie, infrastrutture e politiche. Con Sinantropico, la mostra inaugurata alla Fondazione Baruchello di Roma il 15 gennaio 2026, questa visione trova una formulazione particolarmente densa e stratificata, configurandosi come un dispositivo di dialogo tra pratiche artistiche, pensiero ecologico e genealogie dell’arte italiana contemporanea.
L’esposizione si inserisce nel progetto di ricerca Terra come Terra, un programma che intreccia opere, pratiche e riflessione teorica a partire dal lavoro di Gianfranco Baruchello, e si articola come un confronto tra una selezione di opere di Cini, dagli anni Novanta a oggi, e film e testi di Baruchello.
Pensata come una conversazione tra opere, Sinantropico mette in relazione il lavoro di Silvia Cini con il volume Psicoenciclopedia possibile (2020) e con una serie di film di Gianfranco Baruchello, costruendo una costellazione tematica attorno a terra, lavoro, memoria, confini e giardino come ecosistema.
Questo dialogo intergenerazionale non è un semplice omaggio ma una messa in tensione tra due pratiche che hanno interrogato il rapporto tra immaginazione, politica e natura. Se Baruchello aveva immaginato la terra come spazio utopico e produttivo, Cini la assume come campo ecologico e politico, dove si giocano appartenenze, dislocazioni e nuove forme di coabitazione.
Uno dei nuclei più forti della mostra è il confronto tra Le lieu (2010) e Terrediriporto (1998–2001). Nel primo lavoro, una sequenza fotografica e filmica documenta il terreno agricolo della Fondazione Baruchello e il gesto del dissodamento. Nel secondo, Cini trasporta terre prelevate dai cantieri autostradali europei, lasciandole germinare nello spazio espositivo.
Queste “terre migranti” diventano una potente metafora di dislocazione, adattamento e resistenza, proponendo un modello per nuove forme di appartenenza e per areali ibridi, zone franche di radicamento per soggettività non autoctone. In questo senso, la pratica di Silvia Cini anticipa e dialoga con le riflessioni contemporanee sulla mobilità , sul postcoloniale e sulle ecologie diasporiche.
La dimensione performativa e corporea emerge nei film La traversata (2006) e Penelope Addio (2005). Nel primo, un uomo nuota senza meta, fino a dissolversi nell’orizzonte; nel secondo, l’artista è seduta in mare, esposta al vento, in una postura di attesa e vulnerabilità .
Queste opere inscrivono il corpo in un paesaggio instabile, trasformando il mare in una metafora politica e affettiva: uno spazio di attraversamento, rischio e sospensione, dove l’identità si costruisce in relazione a forze naturali e sociali.
Tra i lavori più simbolicamente stratificati della mostra, Somnia vana dialoga con il lemma “Terra” della Psicoenciclopedia possibile e con l’immaginario virgiliano dell’olmo dell’Ade. Cini realizza foglie di olmo cristallizzate nello zucchero: oggetti commestibili ma non più, dunque tossici, seducenti e contaminati.
L’opera intreccia riferimenti letterari, storia economica e crisi ambientale: dalla barbabietola da zucchero come progetto politico napoleonico di emancipazione dal colonialismo, alle polveri sottili e ai parassiti che colpiscono gli olmi urbani. Ne emerge una riflessione sulla fine delle utopie moderne e sulla tossicità del corpo della città contemporanea.
Il percorso espositivo include una selezione di lavori dal progetto Avant Que Nature Meure (2015–2024), una mappatura “on life” delle orchidee spontanee che fioriscono a Roma, spesso in aree marginali o degradate.
In mostra compaiono le sculture galvanoplastiche Segnasfalcio, prototipi di segnali urbani per regolare le tempistiche di sfalcio e proteggere la biodiversità , e il video Matyò, una “antifavola” sulla società patriarcale che trasforma il ricamo tradizionale in gesto politico: l’orchidea diventa motivo ornamentale sull’abito da lavoro delle scienziate impegnate nella conservazione genetica.
Qui la ricerca ecologica si intreccia con una riflessione femminista sul lavoro invisibile, sulla trasmissione del sapere e sulla politicizzazione dei gesti quotidiani.
Il titolo della mostra rimanda alla nozione biologica di sinantropia, che descrive le specie che prosperano in ambienti antropizzati. In Sinantropico, questa categoria scientifica diventa una chiave curatoriale per pensare la cittĂ come un superorganismo: un intreccio di specie, memorie e temporalitĂ non umane.
La giornata di studi che ha accompagnato l’inaugurazione della mostra ha visto la partecipazione di un gruppo interdisciplinare di studiosi, curatori e ricercatori, tra cui il botanico Fabio Attorre, l’urbanista Michele Cerruti But e gli storici e critici dell’arte Daniel Borselli, Orietta Brombin, Alessandra Pioselli, Carla Subrizi e Riccardo Venturi, insieme a Fabio De Chirico, direttore dell’Istituto Centrale per la Grafica. I contributi hanno intrecciato prospettive scientifiche, curatoriali e teoriche, esplorando il paesaggio urbano come spazio ecologico, politico e culturale.
Nel contesto della crisi ecologica globale, Sinantropico mostra come la pratica di Silvia Cini superi la dicotomia tra arte e scienza, tra estetica e politica. Il progetto si configura come una forma di artistic research situata, capace di intervenire nei processi di gestione del territorio, di costruire infrastrutture discorsive e di immaginare nuove ecologie sociali.
Lungi dall’offrire una visione nostalgica della natura, Silvia Cini mette in scena un paesaggio ibrido, contaminato, attraversato da conflitti e possibilità . Un paesaggio in cui la convivenza tra umani e non umani diventa una questione politica, etica ed estetica.
A conclusione del progetto, nella primavera del 2026 si terrà Estranee, un laboratorio seminariale rivolto a studenti e studentesse, dedicato all’indagine critica della nozione di “autentico”. Il laboratorio, condotto da Silvia Cini, si svolgerà nel giardino della Fondazione Baruchello, nella sede di via di Santa Cornelia, all’interno del Parco di Veio, concepito come spazio di osservazione e sperimentazione in cui teoria, pratica artistica e paesaggio entreranno in relazione.
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