Italia cambiata, Italia da cambiare

di - 15 Luglio 2016
“Extraordinary Visions. L’Italia ci guarda” è il titolo della mostra fotografica aperta al MAXXI in 2 giugno, in occasione del 70esimo compleanno della Repubblica Italiana. Più che di visioni extra-ordinarie, meglio parlare di occhi straordinari: quelli di alcuni tra i nostri (e non solo) fotografi migliori. Che negli ultimi anni il MAXXI ha sguinzagliato in lungo e in largo per l’Italia, a disegnare su commissione una sorta di nuovo Atlante italiano intellettuale, forse anche sentimentale, comunque non convenzionale. Non convenzionale anche nelle tecniche usate, che in alcuni casi sembrano addirittura scavalcare il confine con le installazioni artistiche.
Cliché? Sì e no. Sì, perché vediamo l’Italia dei bei paesaggi, del Made in Italy, delle architetture metafisiche. No, perché per fortuna non sono proprio i cliché più abusati e ordinari, quelli inseguiti dal turismo più becero per intenderci, ma anzi si distinguono per un certo tono raffinato e anomalo.
Già ci basta un’occhiata alla suddivisione scelta per ordinare i lavori – tra le sezioni “Arte architettura cultura”, “Res publica”, “Paesaggi contemporanei”, “Città comunità lavoro” – e capire che non si è davanti alla solita cartolina italiana.
Eppure, spostando lo sguardo da una foto all’altra, abbiamo avvertito un sottile, quanto sfuggente, senso di inquietudine.

Cominciamo dal passato, che è quello delle architetture di qualità del XX secolo, non recentissime – dalla Casa Balilla di Luigi Moretti, fotografata da Gabriele Basilico, agli splendidi alloggi universitari di Urbino progettati da Giancarlo de Carlo e scelti dall’occhio di Paola De Pietri – oppure è quello del boom economico e del nostro rinascimento industriale: ecco allora un Gianni Agnelli ritratto di profilo da Erich Lessing mentre scruta la pista del Lingotto, quasi fosse un principe quattrocentesco, o le lavoratrici della Olivetti nelle fotografie di Paola Agosti.
Sembrerebbe un passato saturo di certi umori sospesi tra vintage e amarcord, legati a quell’Italia del benessere che va da subito dopo la scomparsa delle lucciole agli anni Novanta. Un’Italia fatta di modelle che scimmiottano vecchine di paese tutte vestite di nero, nella campagna pubblicitaria di Dolce&Gabbana di Ferdinando Scianna; fatta di viaggi, in Italia appunto, come quello notissimo di Luigi Ghirri, dai cui scatti tonali e polverosi traspare tutto lo stupore dello scoprire a poco a poco, finalmente, i contorni di una precisa identità italiana: e fatta anche di glorie artistiche – Alberto Burri, Gino De Dominicis – ritratte da Ugo Mulas.
Il presente, o passato molto prossimo, invece è la parte che più ci causa disagio, palesandosi apparentemente solo in termini di assenza o presenza sgradita.

Il paesaggio – sulla tutela del quale, giova sempre ricordarlo di questi tempi, si basa una buona parte del nostro codice dei beni culturali – appare minacciato, avvilito, stuprato in mille modi (dagli abusi turistici delle spiagge e delle montagne iperaffollate, riprese da Massimo Vitali e da Walter Niedermayr in scatti dai colori desaturati in entrambi i casi,  agli ecomostri di Massimo Berruti, e agli abusivismi edilizi su cui si è accanita Letizia Battaglia). Solo in alcuni casi si salva, quando l’occhio del fotografo lo trasfigura in ritmo astratto (Franco Fontana, Giovanni Chiaramonte).
E a seguire tutta quella storia recente fatta di collasso etico della politica, di metastasi di mafia nel territorio, di nani e ballerine, per usare un’espressione non freschissima ma sempre, purtroppo, attuale: ce ne parla ad esempio l’installazione Corpi di reato dei fotografi Tommaso Bonaventura e Alessandro Imbriaco, curata da Fabio Severo, sorta di inquietante mappatura di insediamenti mafiosi attraverso l’Italia; oppure le fotografie di Gianni Cipriano e Simone Donati sui rituali delle campagne elettorali, cui fanno quasi da contrappunto gli sguardi spietati di Francesco Zizola su tutta quella varia umanità, decadente e edonista sino al grottesco, che popola feste e luoghi di socialità del potere.
Il mondo del lavoro del presente è invece rappresentato dalle raffinerie ravennati come ce le propone Paolo Pellegrin, o dall’operoso porto di Genova visto attraverso l’apparecchio di Gianni Berengo Gardin, ma sono le immagini di Michele Borzoni degli affollatissimi concorsi pubblici a farci più interrogare su come è cambiato il significato di “posto di lavoro” per gli italiani d’oggi.

Ovviamente non poteva mancare uno sguardo – ancora di Zizola – sui flussi di migranti, che sempre più importanza stanno acquistando (sia in positivo sia in negativo) per la geografia italiana.
Da qui si arriva al futuro, con una capriola concettuale abbastanza prevedibile, quasi banale: il futuro forse è in tutti quei volti di bambini, figli delle grandi ondate di immigrazione, che necessariamente costituiscono gli italiani di domani, e dunque un potenziale creativo e intellettuale, quasi di biodiversità, genuinamente italiano e perciò da tutelare. Lo si percepisce guardando i bei ritratti di Mustafa Sabbagh, così come i ragazzi del progetto “Inside Out Project” del photograppheur francese JR.
La sensazione, da cui parte dell’inquietudine, è che a quei bambini si affidi il recupero di quel macchinario potente e straordinario chiamato Italia, che noi apparentemente non sappiamo più come far funzionare – come in quei film di fantascienza dove civiltà evolute regrediscono dopo un cataclisma. Parliamoci chiaro: poetico e condivisibile questo “Arrivano i nostri!” dove i “nostri” sono i bambini. Ma attenzione a non delegare tutta la responsabilità del cambiamento alle nuove generazioni, deresponsabilizzandoci, perché necessariamente esse stanno crescendo in un sistema sociale ereditato –  di cui assorbiranno tutti i pregi, ma anche, ahimè, tutti i difetti – e di cui noi per primi, avendo contribuito a costruirlo e/o conservarlo, tollerandolo, siamo responsabili.
Mario Finazzi

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