Ci racconti da cosa è nata la volontà di costituire una fondazione che tratta di arte contemporanea.
La Fondazione Casoli è la naturale evoluzione di un impegno che dura da una decina d’anni. È dal 1998 che organizziamo il premio d’arte contemporanea intitolato alla memoria di mio padre. Un’idea nata per ricordare un uomo che amava l’arte e che dipingeva per esprimere le proprie emozioni, e anche un modo per coinvolgere un territorio che non è mai stato molto stimolato da eventi di questo tipo. È stata una scommessa insomma, volevamo scoprire i talenti nascosti da queste parti. E, come talvolta capita, da un piccolo seme come questo può nascere una bella storia…
Ma lei aveva già trascorsi da collezionista?
Mi sono interessato e amo i post-macchiaioli, e in azienda ci sono molte opere.
Una collezione aziendale?
Più o meno. La sede di Elica è piena di quadri e sculture che sono il risultato di un rapporto ultradecennale con artisti e curatori.
Ho come l’impressione che la trasversalità sia l’unico approccio che permetta di giungere alla qualità finale di un progetto. Noi abbiamo cercato di metterci sempre in discussione e abbiamo chiesto aiuto a molti, in tutte le direzioni.
Ecco quindi il rettore, l’artista, il dirigente, l’architetto…
Il rapporto con i membri del comitato è soprattutto di reciproca stima. Sono tutte persone curiose e capaci che hanno capito quanto valga la pena impegnarsi e dare un po’ di se stessi per un’idea di valore. E il loro impegno impersonale è stato il punto di partenza, cui si sono aggiunte la disponibilità e la voglia di confrontarsi. Tenga conto, per esempio, che discutere con Enzo Cucchi -uomo dal carattere non così malleabile- a proposito del progetto per la sede mobile della Fondazione, che sarà poi anche l’immagine del sito, o sulla scelta dell’artista da coinvolgere, è stata una sfida, e non è stato così facile ed immediato capire le sue idee. Ma le assicuro che averlo tra noi, per usare il gergo aziendale, ci dà un grande vantaggio competitivo. E così è per tutte le altre persone.
Quali sono le principali attività che sostenete?
Il premio intitolato a mio padre, che nei primi anni era sostenuto da Elica e ora invece è espressione della Fondazione, è chiaramente la spina dorsale, ma cerchiamo di lavorare anche in altri ambiti, ad esempio il teatro. Stiamo infatti aiutando una giovane compagnia, Baku, a produrre un interessante spettacolo e il Museo Omero di Ancona, che ha la particolarità di essere un museo tattile, unica realtà nel nostro Paese dedicata ai non vedenti. Poi ci sono i dibattiti pubblici, che ci hanno permesso di portare gli artisti in mezzo alla gente, e i corsi di formazione aziendale tenuti sempre dagli artisti. Cerchiamo insomma di coinvolgere il territorio.
A proposito di territorio: la Fondazione Casoli non ha una vera e propria sede…
Pensiamo che avere una sede fissa sia una soluzione per farti guardare dentro, e noi invece dobbiamo e vogliamo guardare fuori. Il talento, la scintilla possono manifestarsi ovunque. Noi vogliamo essere in quei posti dove accade!
Quali ricadute ha constatato nel proporre l’arte contemporanea in azienda? Non è un po’ troppo di moda?
Abbiamo cominciato nel 1998, quando non era poi così di moda e solo in pochi ritenevano interessanti le compenetrazioni tra arte e impresa. Qualcuno ha apprezzato, per altri è stato indifferente. Ma l’obiettivo fondamentale era quello di dare una possibilità in più per pensare, non certo piacere a tutti i costi.
Siete stati premiati dal “Sole 24 ore” come una delle aziende italiane con un più buon clima interno, piazzati dopo grandi multinazionali come Google o Microsoft. Dopo una decina d’anni che contributo pensa l’arte abbia dato alla sua azienda?
Penso grande. L’arte è l’espressione del sentimento unito al lavoro fisico. Noi cerchiamo di mettere passione in tutto quello che facciamo e abbiamo visto come le due cose si sposano molto bene. La ricerca del bello è per noi fondamentale, è uno stimolo a fare di più.
Quali sono i progetti futuri?
Consolidare e dare continuità a questo progetto. Sembra banale ma le assicuro che i fuochi di paglia sono facili da organizzare. Mentre fare qualcosa che lascia il segno è molto, molto complicato.
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Premio Casoli 2007
a cura di daniele capra
*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 49. Te l’eri perso? Abbonati!
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