La mostra, allestita in maniera puntuale senza concessioni a un’inutile spettacolarità, che potrebbe abbondare tramite l’uso di simulazioni, supporti multimediali e quanto la tecnologia può prestare per enfatizzare la realtà, ricorre però anche all’arte. Non facendo ricorso ad artisti che dialogano con il pensiero scientifico, ma allacciando analogie, evocando, attraverso le immagini, uno sguardo eccentrico che in realtà l’arte e la scienza condividono.
L’artista guarda avanti attraverso la sua sensibilità sghemba, in questo modo forgia immagini che spesso anticipano la realtà. E’ il suo mestiere. Senza questo non avremmo avuto le potenti soluzioni concettuali di Giorgione o le intuizioni spiazzanti di Mario Merz. E per questo gli siamo grati. Ma non è che la scienza proceda in maniera tanto diversa: per mettere a punto la legge dell’oscillazione del pendolo, Galileo ha osservato a lungo dentro il duomo di Pisa come si muoveva il pendolo, ma ad un certo punto ha immaginato che lì si nascondesse qualcosa che sfuggiva dalla mera osservazione. A quella legge insomma, c’è arrivato in virtù di un’intuizione creativa. Non tanto lontana da quella che accende l’immaginazione dell’artista.
“Da zero a cento. Le nuove età della vita” non parla esplicitamente di questo, ma sottende l’idea della possibile convergenza tra la scienza e l’arte, due mondi molto cari a Marino Golinelli, vispissimo collezionista e imprenditore in ambito scientifico a 91 anni suonati. La mostra ricorre ad alcune immagini artistiche che attraverso la loro preziosa ambiguità – che schiude un ventaglio di significati e interpretazioni – aiutano il pubblico a “vedere” e a leggere i fenomeni scientifici.
Ecco, quindi, l’apparente ingenuità delle opere di Martin Creed che sembrano giochi infantili, l’immagine della pancia in attesa della moglie di Gabriel Orozco, che pare un uovo e che, quindi, evoca vita, inizio, l’embrione. Poi le foto degli adolescenti nudi di Ryan McGinley che raccontano l’età tumultuosa e sfrontata della vita e il video dei vecchi in amore di Stefania Galegati Shines. E a proposito di vecchi, ci sono i camuffamenti che Cindy Sherman realizza trasformandosi in una donna matura e di potere. All’opposto l’arrivo di una bambina messicana adottata da Antonella Mocellin e Nicola Pellegrini, capovolge la vita dei due artisti che simbolicamente si raffigurano a testa in giù.
Ma c’è un’altra iniziativa che vorrebbe allargare la prospettiva dell’arte, interrogandola da un punto di vista psicologico. E’ quanto fa Rebecca Russo, psicoterapeuta di formazione sistemico relazionale e collezionista, che da sei anni ha introdotto l’opera nella seduta con il paziente. «I risultati sono molto interessanti, a funzionare meglio sono le opere che stimolano la narrazione: artisti come Masbedo, Marzia Migliora, Nathalie Djurberg, Regina José Galindo, Francesco Vezzoli e Marina Abramovic».
Oggi Rebecca Russo ha dato una prova di “Videoinsight”, titolo anche del premio che promuove ad ArteFiera, presso lo Studio Carlotta Pesce di Bologna. Sotto analisi le opere di alcuni artisti, tra cui Loris Cecchini. Grande successo, replicato il pomeriggio in fiera. Domande, osservazioni, palpabile curiosità. Contento anche l’artista, sebbene con qualche distinguo. «Ritrovo delle ipotesi di lavoro che ho concepito durante la progettazione. In un certo senso noi artisti facciamo sempre psicoterapia perché torniamo sempre sulle nostre cose. Ma se ci si ferma alla narrazione, si chiudono altre possibilità di lettura. Lo psicologo cerca qualcosa che faccia stare meglio il paziente, ma il nostro lavoro non è solo narrativo. Oggi per esempio un minerale presente in una mia opera ha scatenato tante osservazioni che gli alberi, ben più leggibili, non hanno suscitato. Sarebbe interessante vedere che cosa ne esce con l’Arte Concettuale, per esempio con Rothko».
A.P.
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