La stella del PAC

di - 16 Marzo 2015
Ad introdurre la figura di David Bailey, nella splendida monografia pubblicata da Skira che accompagna la mostra milanese del PAC, “Stardust” – secondo capitolo dell’esposizione alla National Portrait Gallery di Londra – è Tim Marlow, scrittore, storico dell’arte e stella della tv inglese nonché direttore artistico di White Cube, che definisce la pratica del fotografo come “Portraiture”: ritrattistica.
Ritratto, in effetti, non è “scatto”: troppo veloce lo shoot, troppo sparato. Nonostante il PAC sia magicamente affollato di immagini di divi di ogni sorta, dalla splendida Meryl Streep in una vecchia foto del 1980 a Salvador Dalì, da Warhol a Michael Caine fino a Kate Moss, c’è una sorta di “pelle viva” negli scatti di Bailey, londinese dell’East, come ha rimarcato con orgoglio il fotografo, appassionato anche di arte italiana, Caravaggio in primis per le sue luci.
Lui sfuggente, ironico, rapidissimo a rispondere alle domande dei giornalisti, come se volesse che a parlare fossero davvero le sue immagini, perfette e sempre su quella soglia tra il patinato e lo “sbavato”, sia che si tratti di drammatici incontri in Sudan o della cultura della Papua Nuova Guinea, sia che si abbia a che fare con la tragedia del successo – letto con una particolare lente intimista, quasi un mettere a nudo volti e corpi senza spogliarli, senza “sparare” luce (in senso metaforico), ma ritraendoli con quell’aura di lentezza che corrisponde alla pittura.
Accade nella serie “Beauty”, non una vera e propria costruzione del proprio lavoro quanto una sezione della mostra, dove Bailey – sì, ha curato lui stesso l’esposizione milanese – ha messo insieme pezzi realizzati dai primi anni ’70 alla seconda metà degli anni ’80 e attraverso i quali il fotografo afferma di non potere dire nulla «Perché non conosco niente intorno alla bellezza».
Eppure Bailey fotografa “bella gente”, quei personaggi unici a cui riconosce il loro essere mistici del nostro tempo: santoni dello stile, guru del fashion, eccentrici, folli, esaltati del gusto, tradendo immediatamente il giudizio dello spettatore distratto che, entrando al PAC, pensa di trovarsi al cospetto di una mostra di scatti di moda (non a caso la sezione è intitolata proprio “Fashion Icons” e Bailey descrive così i suoi protagonisti: «Sono esseri unici», e non ci sono dubbi che Vivienne Westwood, Anna Piaggi, Karl Lagerfeld, Tom Ford, Alexander McQueen passati in rassegna dal bianco al nero al colore, ritratti in posa in studio o presi attraverso frame più veloci in esterno, siano “Stardust”, polvere di stelle. Passano tutti alla storia sotto i clic di Bailey, amico di vecchia data di Mick Jagger, che ritrae giovanissimo nel 1964 e in molte altre occasioni pur dicendosi poco interessato al Rock ‘n ‘roll.
Ma Bailey, anche ora che ha quasi 80 anni, ha la faccia sorniona di quello che vuole far finta di esserci capitato “per caso” e di essere interessato a poche cose. Certo, forse un fondo di verità pura (di istinto giovanissimo) c’è, ma la verità è che l’occhio del fotografo ha lavorato come una spugna, assorbendo tutte le lezioni della sua epoca e non solo,  restituendoci un ritratto del mondo a 360 gradi.
Con versatilità, entrando in punta di piedi nell’intimo dei suoi soggetti e rivelandoceli in una Commedia Umana degna di Honoré De Balzac, specie per quanto riguarda le figure degli artisti: Cartier Bresson, nel ’65, di profilo con una macchina fotografica appoggiata tra la spalla e la guancia, come si regge un neonato, Francis Bacon nel 1983 con un lampo più folle che mai riflesso negli occhi, Damien Hirst nudo, con una carcassa di mucca e un sudario di plastica come panneggio, nel 2004, Cattelan mentre tira con le dita il suo volto in un ritratto da “faccia di bronzo” nel 2000.
Tutt’intorno, invece, salti temporali: si va avanti e indietro senza mai stonare, ma anzi avvicinando a turno mondi differenti con passo sottile e lucente, come accade nelle vanitas degli “Skulls”: su questo tema Bailey dichiara – come dichiarava anche la grande Cindy Sherman – di pensare alla morte tutti i giorni. «Credo non vi sia nulla al di fuori di qui, ma sono curioso».
Poi, soprattutto, sono esemplari i lavori seminali, realizzati negli anni ’60 e raccontando come un antropologo vita, morte e miracoli di quell’East London che non era ancora così swinging, ma attraversata dal conflitto mondiale appena trascorso e di cui si riconoscono le ferite. Un’area e una città proiettate verso una rinascita anche sociale, fatta di costume e musica, di bar e palestre che affollano le pellicole di Bailey dell’epoca, girate nella macchina fotografica tra Bethnal Green, Shadwell, Brick Lane e Whitechapel, in cerca di luoghi e umanità che oggi non esistono più, e che sono rimasti cristallizzati in queste immagini come reperti archeologici del passato prossimo, nei “costumi” di moda nel ’68, tra i bicchieri di whisky, sigarette rollate e club che più che sembrare discoteche appaiono come salotti.
E così va a finire che un carico di mezzo secolo di immagini, inaugurate all’insegna dei lustrini della fashion week, diventino molto ma molto di più. Per fortuna!

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