Anila Rubiku, Hope is a thing with feathers, 2021. Foto_ M. Argyroglo
Dal 6 all’8 febbraio 2026, nell’ambito di ART CITY Bologna e in concomitanza con Arte Fiera, l’arte contemporanea varcherà per la prima volta la soglia della Casa Circondariale Rocco D’Amato. È qui che prende forma L’arte messa alla prova: Anila Rubiku. I’m Still Standing, progetto dell’artista italo-albanese Anila Rubiku, a cura di Elisa Fulco, promosso dall’Associazione Acrobazie in collaborazione con la Direzione dell’istituto penitenziario bolognese. Per tre giorni, il carcere diventerà luogo di dialogo, confronto e partecipazione culturale, inserendosi nel circuito delle mostre cittadine che animano Bologna durante la Art Week, in un invito a interrogare il rapporto tra arte, giustizia e società, mettendo in relazione il “dentro” e il “fuori” in una dimensione di soglia.
All’interno della Casa Circondariale, Anila Rubiku presenta quattro interventi distribuiti negli spazi destinati ai colloqui con familiari e legali delle persone detenute. Il titolo I’m Still Standing, mutuato dall’omonima canzone di Elton John del 1983, diventa la chiave concettuale di un progetto dedicato alla resilienza, alla speranza e alle seconde possibilità. Temi che attraversano in modo trasversale l’intera ricerca dell’artista e che, nel contesto carcerario, assumono una risonanza amplificata.
Il percorso espositivo si apre con Hope is the thing with feathers (2022), una serie di disegni e collage di uccelli che utilizza l’immaginario del volo come metafora del riscatto del femminile. Gli uccelli di Rubiku emergono su sfondi che alludono a un background sociale e culturale capace tanto di liberare quanto di intrappolare il potenziale delle donne. La speranza, evocata nel celebre verso di Emily Dickinson, si fa qui elemento fragile e al tempo stesso resistente, carico di stratificazioni simboliche. Segue la serie I’m Still Standing (2019), composta da 15 acquerelli dedicati alle protesi improvvisate dei veterani di guerra. Oggetti nati dalla necessità, spesso assemblati in condizioni estreme, diventano immagini di una resistenza ostinata del corpo e della volontà.
Con The Inner Doors (2025), presentato per la prima volta a Bologna, l’artista introdurrà un nuovo ciclo di arazzi ricamati, ispirati alle porte segrete dei palazzi milanesi e alle tecniche apprese dalle donne delle comunità indigene del Nord America. Le porte diventano simboli di accessi nascosti, di passaggi possibili, di futuri alternativi. Il lavoro manuale e il sapere artigianale si configurano come strumenti di emancipazione e di immaginazione di nuove economie, anche all’interno di contesti segnati dalla marginalità.
Chiuderà il percorso Defiant’s Portrait (2014), una serie di ritratti astratti nati da laboratori condotti dall’artista con donne detenute in Albania. Le opere, sotto forma di finestre ricamate con sbarre più o meno serrate, raccontano storie di violenza domestica e di sistemi giudiziari incapaci di riconoscere le condizioni di vulnerabilità femminile.
Il progetto bolognese rappresenta la seconda tappa di un percorso avviato a Palermo con Spazio Acrobazie. Laboratorio produttivo e di riqualificazione attraverso la mediazione artistica (2022–2025), esperienza che ha coinvolto diversi istituti penitenziari siciliani, come la Casa di Reclusione Calogero di Bona–Ucciardone e l’Istituto Penale Malaspina. In continuità con quella sperimentazione, L’arte messa alla prova propone l’arte come dispositivo di welfare culturale, per attivare collaborazioni intersettoriali tra cultura, giustizia, sanità ed educazione.
Come sottolinea la direttrice della Casa Circondariale bolognese, Rosa Alba Casella, il progetto si inserisce in un processo più ampio di integrazione tra carcere e città, ribadendo l’idea che l’istituzione penitenziaria non sia uno spazio separato, ma una parte viva del tessuto urbano. Una posizione condivisa dalla curatrice Elisa Fulco, che evidenzia la necessità di adottare stabilmente nuovi modelli di pratica artistica all’interno delle strutture detentive, capaci di generare coinvolgimento, partecipazione e una rappresentazione più umana di temi spesso polarizzanti.
In questo senso, il progetto bolognese si colloca all’interno di una più ampia costellazione di interventi recenti che portano l’arte contemporanea negli spazi della detenzione. A Roma, nella Casa Circondariale Femminile di Rebibbia Germana Stefanini, Eugenio Tibaldi ha recentemente realizzato BENU, installazione permanente site specific nata da laboratori partecipativi, promossa dalla Fondazione Severino e dalla Fondazione Pastificio Cerere, con la curatela di Marcello Smarrelli. Sempre a Roma, la piattaforma editoriale Hyperlocal ha aperto il carcere alla città con la mostra a cielo aperto Un mondo alla rovescia, allestita alla metropolitana di Rebibbia in occasione del Giubileo dei Detenuti, intrecciando archivi, cinema, fotografia e testimonianze dirette.
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