Brian Eno, Light Boxes
L’immaginario poetico e onirico di Brian Eno approderà a Parma, dal 30 aprile al 2 agosto 2026, con un progetto che si diffonderà in due luoghi simbolo della città. A quattro anni dalla sua ultima creazione italiana e dopo il Leone d’Oro alla carriera conferitogli dalla Biennale di Venezia nel 2023, il musicista e artista britannico, nato nel 1948, torna nel nostro Paese con SEED e My Light Years, due interventi pensati per il Complesso Monumentale di San Paolo e per l’Ospedale Vecchio, dedicati alla luce, al tempo e al suono.
Il progetto, promosso dal Comune di Parma, è curato e prodotto da Alessandro Albertini di Influxus, in collaborazione con Dominic Norman-Taylor, Juliana Consigli e Martin Harrison di Lumen London. My Light Years è sostenuto da Fondazione Cariparma, mentre SEED si è classificato primo nell’ambito del PAC2025 promosso dalla DG – Creatività Contemporanea del MIC – Ministero della Cultura. Un intreccio tra istituzioni pubbliche e filantropia privata che accompagna anche la riattivazione culturale di due complessi storici recentemente restaurati.
«Fare arte può essere pensato come il giardinaggio», ha dichiarato Eno, sottolineando come un’opera generativa non sia mai davvero conclusa. Questo principio si riflette tanto in SEED quanto in My Light Years: nel primo caso il pubblico attraversa uno spazio sonoro aperto, nel secondo percorre un edificio monumentale trasformato in paesaggio audiovisivo.
«La mostra di Brian Eno rappresenta un momento importante per la città di Parma almeno da due punti di vista», ha dichiarato il sindaco Michele Guerra. «Prima di tutto perché grazie all’arte di Brian Eno portiamo avanti una idea di contemporaneità produttivamente contaminata nei linguaggi e ramificata nelle forme e negli ambienti che attraversa. Ed è questo oggi uno dei modi più utili e sfidanti di pensare la presenza e la pervasività dell’arte contemporanea. In secondo luogo, Brian Eno a Parma è importante per i luoghi in cui si manifesterà: il Complesso del San Paolo e l’Ospedale Vecchio. Due luoghi storico-monumentali straordinari e unici, passati attraverso enormi progetti di riqualificazione e restituzione al loro valore e ruolo pubblico».
Nel Complesso Monumentale di San Paolo e, in particolare, negli 8mila metri quadrati dei Giardini, prende forma SEED, intervento articolato in due fasi. Installation for Giardini di San Paolo è un’installazione audio site specific composta da molteplici tracce di musica generativa diffuse nello spazio aperto. L’opera è stata creata da Eno insieme alla giornalista e scrittrice turca Ece Temelkuran e si configura come un paesaggio sonoro in costante trasformazione.
Non esiste una colonna sonora unica: saranno i visitatori, muovendosi liberamente tra i percorsi del giardino, a costruire la propria esperienza d’ascolto. L’approccio è quello che Eno definisce “generativo”, simile a quanto accade in un giardino, dove si piantano semi e si osserva ciò che accade tra loro, senza uno stato finale definitivo. Ogni visita diventa irripetibile, ogni combinazione sonora unica.
Al termine della prima fase, l’esperienza verrà fissata attraverso un field recording inciso su un unico vinile, curato dallo stesso Eno, che entrerà nella collezione permanente della Casa del Suono.
Negli spazi monumentali della Crociera dell’Ospedale Vecchio sarà invece allestita My Light Years, la più ampia esposizione delle installazioni e delle opere audiovisive di Brian Eno. Per la prima volta, lavori realizzati dagli anni Settanta a oggi convivranno in un unico luogo, offrendo una panoramica esaustiva della sua ricerca tra luce e suono.
«Mi ha davvero entusiasmato. È un edificio immenso ed è stata una vera e propria sfida capire come distribuire le opere in uno spazio così grande. Alcune sono contemporanee, ma la maggior parte sono più datate e includono alcune delle primissime installazioni luminose che ho realizzato negli anni ’70. Sarà uno spettacolo piuttosto vario e richiederà al pubblico lunghe camminate», ha raccontato Eno.
Tra le opere cardine figurano 77 Million Paintings (2006) e Face to Face (2022). La prima, concepita come “musica visiva”, è un esempio emblematico di arte generativa: combinazioni di immagini e suoni si trasformano lentamente, generando milioni di configurazioni possibili che non si ripeteranno mai allo stesso modo.
Face to Face, invece, parte da 18 fotografie di volti reali che, grazie a un software dedicato, si trasformano l’uno nell’altro attraverso mutazioni pixel per pixel. Il risultato è una sequenza ininterrotta di “nuovi esseri umani”, volti intermedi che non sono mai esistiti ma che emergono per pochi istanti prima di dissolversi. Identità, casualità e tecnologia si intrecciano in una riflessione sulla percezione nell’era digitale.
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