Le affinità elettive tra Munch e Van Gogh

di - 30 Dicembre 2015
«Durante la sua breve vita, Van Gogh non permise alla sua fiamma di spegnersi. Il fuoco e le braci furono i suoi pennelli,  e lui  si è consumato per la sua arte. Ho pensato e desiderato che, nel lungo termine e con più denaro a disposizione, al pari di lui non vorrei permettere alla mia fiamma di spegnersi. E vorrei dipingere fino alla fine con un pennello infuocato». Così scrive Edward Munch nel 1933. Ha 70 anni precisi, dipinge dal 1880, esattamente lo stesso anno in cui aveva iniziato a dipingere Van Gogh, che però ha dieci anni più di lui e che morirà presto, a 37 anni, dopo essersi sparato un colpo di pistola nel parco della clinica psichiatrica ad Auvers-sur-Oise dove era ricoverato. Come era frequente per tanti artisti dell’epoca che si misuravano con la piazza più importante e più dura del sistema dell’arte del tempo, tutti e due vanno a Parigi, più o meno nello stesso periodo, nel 1886. Ma non si incontrano. Munch, però, studia il pittore olandese e lo sente empaticamente vicino. Entrambi dipingono qualcosa che possiamo definire come “la condizione umana” e riescono a riportare sulla tela emozioni intense, declinate più nell’angoscia, nel caso di Munch, e nella malinconia per Van Gogh. E tutti e due asciugano alcune debordanze dei linguaggi su cui si sono formati – Impressionismo per entrambi e un iniziale Simbolismo per Munch –  facendo propria quella sintesi pittorica, l’essenzialità delle linee, che ha in Gauguin il riferimento più autorevole. Artista presente in mostra insieme ad altri: Manet, Seraut, Monet, Toulouse-Lautrec che documentano l’ambiente di formazione dei protagonisti di questa esposizione.

Bastano questi elementi per costruire una mostra importante (e lo è, senz’altro) che, dal Munch Museet della più lontana Oslo, è arrivata ad Amsterdam (fino al 17 gennaio), nel museo che porta il nome di Van Gogh? Sì, bastano, anche perché, come sottolinea trionfalmente (e giustamente) Axel Rüger, direttore del Van Gogh Museum, «la forza della mostra risiede nelle grandi collezioni dei due musei e nell’expertise che questi hanno rispetto alla produzione dei due artisti». E infatti si tratta di una rassegna molto ricca e molto ben fatta, di quelle che, purtroppo, in genere si vedono da Parigi in su e molto meno in area mediterranea. Preparata in sei anni – altro elemento, dopo il patrimonio delle collezioni, che dovrebbe far riflettere, più che i nostri direttori dei musei, i ministri della cultura e le varie agenzie di produzione di mostre che certo non impiegano un tempo simile per confezionare le loro mostre chiavi in mano – e inaugurata ad Amsterdam a sole tre settimane dopo la riapertura del Museo Van Gogh.

In virtù di queste solide premesse i curatori Maite van Dijk (Amsterdam) e Magne Bruteig (Oslo) hanno allestito una mostra in cui i due artisti, oggi tra i più amati dal pubblico e dal mercato, si specchiano in una serie di vis-à-vis legittimi, ma un po’ appiattiti sui temi: le case – la Casa Gialla di Van Gogh in Provenza che grida tutto lo stupore e l’incantamento del pittore olandese per quella terra e la sua luce, e la più tetra casa rossa con il rampicante (Red Virginia Creeper) di Munch – le spiagge, i prati, l’abbagliante chiaro di luna di Munch e il famosissimo ed esplosivo cielo stellato di Van Gogh, le marine, i paesaggi e poi i volti, i ritratti. Quasi spiritati quelli di Munch e come muti, incatenati ai propri fantasmi interiori quelli di Van Gogh. Ad avvicinarli sono anche attitudini che in parte sconfinano la pittura, che pure entrambi hanno contribuito a cambiare, spingendola verso quella trasformazione che avrà pieno compimento nel Novecento: il comune interesse per l’arte giapponese, l’incisione su legno, la voglia di scrivere e il dare vita a cicli pittorici, tendenza più forte in Munch con il suo Fregio della vita.

E soprattutto c’è il mal di vivere. Ma è curioso notare che Munch “batte” Van Gogh quanto a ricorrenza del tema della morte e per il radicale pessimismo verso il genere umano che le sue tele esprimono. Lui, che a differenza del pittore olandese aveva avuto una vita agiata ed era stato ampiamente riconosciuto come artista. E forse Munch surclassa Van Gogh anche da un altro punto di vista, più importante nella rilettura critica. Quasi superfluo dire che, attraversando i due piani in cui si snoda la mostra, si è posti davanti ad autentici capolavori. Se il Munch Museet sfodera la Madonna o il celeberrimo Urlo, il Van Gogh Museum risponde con i Girasoli, e così via a suon di pezzi iconici. Il punto è che Van Gogh rimane come imbrigliato nell’Ottocento, mentre Munch, nato solo 10 anni dopo, con il suo totale disincanto, la crudeltà di alcune immagini, si impone come il padre di una pittura veramente moderna che va oltre la rivoluzione formale operata dagli Impressionisti. Van Gogh pare rimanere prigioniero di sentimenti ed ossessioni che parlano molto alla “pancia” del pubblico, ma meno a quello che oggi si cerca nell’arte, al di là delle emozioni forti. Munch, che in questa mostra si giova di una severa selezione fatta nella sua sterminata produzione custodita in due musei di Oslo, è portatore di una modernità che lo avvicina al cinema, dove il volto umano con le sue angosce è in primo piano e dove le prospettive sfalsate rispondono a una ridistribuzione di significati dentro la tela. Van Gogh appartiene a un Ottocento problematico, da cui invece Munch si allontana. E il Novecento sembra cominciare con lui.
Adriana Polveroni

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