Stefano De Luigi, Arco di Traiano, Canosa (Barletta), courtesy Richard Saltoun Gallery, copyright the artist
Nuovi sguardi e nuove possibilità: il MUST – Museo Storico della città di Lecce, si apre a una nuova primavera culturale ponendo al centro il Mediterraneo inteso non solo come orizzonte geografico ma anche simbolico. Da questo assunto è stato inaugurato il progetto Lecce Contemporanea Mediterranea, un ciclo di iniziative interamente dedicato alla diffusione e alla valorizzazione delle arti del nostro tempo. Più di ogni altro aspetto, l’obiettivo è rendere lo spazio un luogo di relazione tra artisti, fotografi, architetti, designer, studiosi, collezionisti, attori e registi. In sintesi, un centro per tutti gli operatori che fanno della cultura il loro quotidiano e che sono chiamati a confrontarsi sulle specificità storiche, culturali e geografiche di Lecce, intesa come città contemporanea del Mediterraneo.
Un percorso culturale ben definito, a cura di Marco Petroni e Maria Savarese, che, al fianco dell’amministrazione cittadina, intende dare forma, attraverso arti visive e performative a un ecosistema del contemporaneo, in cui i differenti linguaggi artistici interagiscono e si influenzano reciprocamente creando conoscenza, empatia e trasformandosi nel tempo.
Primo capitolo del progetto, così come definito dallo stesso Direttore del MUST, Fernando Bonocuore, è la mostra Paesaggi Mediterranei, ospitata negli spazi dell’Ex Convento di Santa Chiara. Una triplice personale che riunisce le opere di Mathelda Balatresi, Stefano De Luigi e Fathi Hassan. Il progetto espositivo è concepito come un racconto polifonico, in cui il paesaggio emerge non come dato naturale, ma come costruzione storica e culturale, risultato di molteplici interazioni.
Ed è qui che prende spazio l’arte di Mathelda Balatresi, di cui quella di Lecce è la prima mostra pubblica dopo la scomparsa, nel gennaio del 2025. Una voce e un tratto, i suoi, che nel tempo l’hanno posta al centro della poetica dell’arte italiana, in grado di evidenziare la condizione discriminatoria della donna nella società contemporanea. Una pittura provocatoria e profondamente femminile per denunciare le storture del patriarcato attraverso una pittura silenziosa e raffinata che si fa resistenza. Infatti, nel corso della sua vita, Mathelda Balatresi ha sempre sottolineato una preziosa, irriducibile, differenza dell’essere donna, sganciando il suo impegno da una mera richiesta di redistribuzione del potere maschile. Le sue figure femminili sono spesso isolate, alterandosi a paesaggi simbolici ed essenziali che restituiscono un senso onirico di immobilità e introspezione.
In Paesaggi Mediterranei, la femminilità pittorica di Mathelda Balatresi dialoga con le esplorazioni visive e profondamente mediterranee di Fathi Hassan, tra gli artisti più significativi della diaspora nordafricana, pioniere nell’esplorazione visiva del linguaggio come spazio di identità e resistenza. La mostra ripercorre oltre 40 anni della sua attività, riunendo dipinti ad olio degli anni Ottanta e Novanta e opere su carta realizzate negli ultimi due anni. Le sue opere assumono la forma di geografie intime della memoria, in cui Paesi diversi tra loro ma accomunati da un’unica narrazione, quali Egitto, Italia e Scozia, si ricompongono come coordinate simboliche di un’unica identità. In questo processo, il linguaggio diventa strumento di permanenza e di libertà: una scrittura che oppone resistenza alla perdita, alla rimozione e alla dispersione delle radici culturali.
E ancora, a completare il percorso espositivo, lo sguardo nostalgico in bianco e nero di Stefano De Luigi, che restituisce un’identità mobile e stratificata del Bel Paese. Una lettura malinconica lunga i 4.365 km delle coste italiane, dalle cui immagini emerge un paesaggio sospeso, un Mediterraneo lontano da ogni retorica turistica, osservato come archivio di tempi stratificati, dove il passato non è celebrato ma lasciato affiorare in un equilibrio silenzioso. Ne risulta una visione come costruzione culturale fragile e mutevole, in cui l’incompiuto e il residuo diventano condizioni permanenti, più che eccezioni. «Ho, nella necessità della creazione, la ragione profonda di realizzare questo progetto, con il supporto di una visione personale che sia un punto finale, tra me e il mio passato privato e pubblico, consegnando un’idea visiva che fonda insieme la memoria di mio padre, la mia e quella del mio Paese», afferma l’autore.
Ed è grazie a questi occhi, a queste differenti sensibilità che emerge un affresco poetico che racconta la complessità e la ricchezza culturale del Mediterraneo, offrendo una lettura del paesaggio come spazio di memoria, conflitto e possibilità. Un’immersione in periodi e luoghi diversi, in unico contenitore, uno sguardo laterale su un tratto di mondo che, ancora oggi, necessita di essere riletto e ascoltato ad alta voce.
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