L’HO VOLUTA FARE ANCH’IO…

di - 19 Gennaio 2010
Sei il primo curatore italiano, e il primo non
americano, della Whitney Biennial, e segui il primo curatore americano della
Biennale di Venezia, Robert Storr. Che significato ha per te questo
“abbattimento di barriere”?

Io sono stato anche il primo americano a fare la Biennale
di Venezia. Essendo diventato cittadino a tutti gli effetti nel 2001. Da noi un
americano che prende la cittadinanza italiana rimane sempre un americano, ma in
America quando prendi il passaporto diventi veramente americano in senso anche
filosofico. L’essere nato in America, a differenza di noi in Europa, non ha
cosi importanza, a meno che tu non voglia fare il presidente…

A livello squisitamente organizzativo, che differenze
ci sono nel curare una grande rassegna negli Stati Uniti e invece una a
Venezia?

La Biennale del Whitney è una mostra molto importante,
particolarmente qui negli Stati Uniti, ma rimane una mostra. Venezia è un mostro,
non ha mai la dimensione di una semplice mostra, ma è qualcosa di molto più
complicato, diversificato e ampio. Insomma, la Biennale del Whitney è
relativamente semplice da organizzare, mentre Venezia è estremamente
complicata.

Come hai impostato la collaborazione con il tuo collega
Gary Carrion-Murayari e come avete lavorato nella ricerca degli artisti?

Gary è l’associate curator della Biennale; tecnicamente io
ero quello che avrebbe dovuto prendere tutte le decisioni. Ma alla mia età è
essenziale avvalersi di colleghi giovani che possano darti il polso della
situazione, con i quali tu possa costantemente controllare il tuo livello di
rincoglionimento. Gary quindi è diventato co-curatore a tutti gli effetti. Le
decisioni le abbiamo prese insieme e ci siamo basati su opere o su progetti
precisi, non sui nomi degli artisti. Avremo praticamente un’opera per ogni
artista. Non volevamo cadere nel rischio di presentare mini-personali. La
mostra è pensata come una collezione ideale del 2010 di arte fatta in America.

Come sei stato scelto e quali strumenti e corsie
preferenziali ti permettono di lavorare alla Biennale?

Sono stato scelto in modo molto semplice. Mi ha chiamato
la chief curator
Donna di Salvo e mi ha detto: “Ci piacerebbe che tu fossi il curatore della
prossima Biennial. Con chi ti piacerebbe lavorare dentro al museo?
”. Poi ho incontrato dopo qualche
giorno il direttore Adam Weinberg e abbiamo parlato di qualche dettaglio e la
cosa è stata annunciata. Sembra incredibile, ma è così. Stimavano il mio lavoro
e mi hanno chiesto di lavorare per loro. Non ho dovuto dimostrare nulla o
leccare il sedere di nessuno. Se la Biennial sarà uno schifo magari non saranno
felici, ma nessuno ne farà un dramma o mi verrà a dire che la mia carriera è
finita, come mi fu detto a Venezia il giorno dopo l’inaugurazione e dopo la
prima recensione che stroncava la mostra. In America sono molto pragmatici. Una
mostra è sempre e solo una mostra, dopo tutto.

Un’intervista a cuore aperto. E a lingua sciolta.
Perché sul nuovo Exibart.onpaper mister Bonami spiega molto, molto di più –
dalla filosofia al budget – dell’evento che aprirà i battenti il 25 febbraio e
resterà fino alla fine di maggio al Whitney Museum, affiancato quest’anno da una
retrospettiva sulle edizioni precedenti. E, tra una chiacchiera e l’altra, il
“curator, writer, journalist, activist, optimist, casinist” spara qualche
bordata. Perché lui, pur essendo ormai cittadino americano, da buon toscanaccio
non le manda certo a dire. Ai colleghi curatori, internazionali o meno, al
“Sistema Italia” e agli artisti d’oggi. Discettando della differenza tra
l’“inciucio” tricolore e quello a stelle & strisce, tessendo un panegirico
dell’assist, prestandosi pure al gioco del “se fossi” nei panni nientemeno che
del Ministro dei Beni Culturali. Ma il sogno vero è un altro…

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