L’opera è il laboratorio

di - 3 Maggio 2018
Un lieve fruscio, prodotto da decine di voci sovrapposte, si diffonde negli ampi e vorticanti spazi sviluppati intorno alla scalinata doppia di Casa Morra, eredità nobiliare molto comune nell’architettura napoletana.
A Palazzo Cassano Ayerbo D’Aragona, sede della collezione di Giuseppe Morra, l’attività della “Scuola del disegno e della pittura in assenza di talento” è in pieno fermento, gli studenti dell’Accademia di Belle Arti lavorano nei pressi di grandi tavoli poggiati su cavalletti, inginocchiati sul marmo dei pavimenti oppure seduti su basse panchette, trasportano tele di dimensioni diverse, sulle quali è stato appena applicato lo strato preparatorio. Massimi depositari della conoscenza delle tecniche di rappresentazione, diluiscono i pigmenti e li distendono, trasformandoli in segni, firmano, timbrano e numerano alcune centinaia di fogli di una spessa carta avorio. La mostra ha aperto il 25 aprile ma è solo una convenzione, perché, in realtà, tutto era già pronto nei giorni precedenti (o sarebbe potuto non esserlo affatto), e il risultato sarebbe comunque il migliore, visto che per Cesare Pietroiusti l’opera risiede in questo continuo lavorio, nell’avvertimento di qualcosa che è in atto, nella relazione tra le persone coinvolte nel progetto.
«Oltre all’aspetto visivo, c’è un altro livello di lettura dell’operazione, cioè quello del rapporto», ci dice l’artista nato a Roma nel 1955. Lo distanza tra gli elementi è tanto la materia quanto lo strumento dell’opera, la cui fruizione non può che essere dinamica, considerando che già solo il discernere le diverse fasi in cui si articola il lavoro è un atto critico e di narrazione. L’opera è il laboratorio e per osservarla, per afferrarne almeno una parte, è necessario muoversi in sintonia con essa. In questo caso, seguendo i ragazzi dell’Accademia nel corso del loro lavoro, come orchestrato da Pietroiusti.

Foto di Jacopo Seri, Laboratorio- Scuola del disegno e della pittura in assenza di talento, Casa Morra Aprile 2018

Il prologo risale agli anni tra il 1982 e il 1986, quando Pietroiusti, proveniente da studi di psicologia e dall’esperienza del Centro Jartrakor, spazio di estetica sperimentale tra i più attivi nella Roma di fine anni ’70, realizzò i suoi primi e unici lavori pittorici, giocando sull’assenza di talento: «Ero interessato alla produzione spontanea delle persone, in cui il singolo pattern viene ripetuto più volte e con importanti varianti. In questi casi, i segni sono di grandissima rilevanza per l’interpretazione. Così, iniziai a raccogliere gli scarabocchi e a rielaborarli, fotografandoli e proiettandoli con la tecnica che mi insegnò Sergio Lombardo». Alcune di quelle opere sarebbero poi state esposte in varie mostre, altre avrebbero subito un destino più oscuro, magari disperse o accantonate e, adesso, ritornano come oggetto di indagine del laboratorio, un minimo comune denominatore manipolato dagli studenti dell’Accademia di Napoli.
Le opere in produzione per questa nuova “Scuola del disegno e della pittura in assenza di talento”, ne sono la diretta derivazione, riprodotte usando la medesima tecnica, partendo dalle diapositive prese da Pietroiusti oppure dagli scarabocchi originali: «Visto che alcuni dei disegni vengono dal diario del mio compagno di banco, che era un grande scarabocchiatore, sono riuscito a ritrovare le pagine, che ho fotografato di nuovo con la stessa macchina analogica, in alcuni casi portando alla luce alcuni particolari che non avevo mai notato o che avevo rimosso». Le tele passano tra le mani, sulla loro superficie scorrono i tratti proiettati, bocche, occhi, filamenti contorti, geometrie impossibili, scaturiti da momenti di distrazione, giusto al limite della coscienza e, adesso, ricopiati con precisione e mano ferma, mettendo in discussione la consistenza stessa della retrospettiva, le motivazioni che portano alla realizzazione di una mostra personale, in un cortocircuito tra i tempi, le identità e gli autori. Tale pratica certosina mette in evidenza non tanto l’oggetto finito quanto i sistemi di relazione sviluppati tra le parti di una struttura organica.

Foto di Jacopo Seri, Laboratorio- Scuola del disegno e della pittura in assenza di talento, Casa Morra Aprile 2018

Oltre alla riproduzione pittorica, gli studenti hanno realizzato una serie di multipli di sette opere che, per essere debitamente attivate come oggetti estetici, necessitano di una specifica interazione – dal regalo alla masticazione – sotto forma di una sorta di clausola la cui attuazione, il più delle volte, ne porterà alla distruzione o alla dispersione.
«Credo che il momento migliore della mostra sia proprio questo, con le fasi del processo lasciate scoperte in maniera evidente, dalla costruzione del telaio alla fase del ricalco. L’idea è considerare il sistema di relazioni come opera a sé stante e questo Palazzo storico, poi, si presta particolarmente all’idea di una fabbrica medievale. Prima di essere ripreso da Nicholas Bourriaud, il termine “relazionale” era stato usato da quella branca della psicologia che, già negli anni ’60, si interessava al contesto, per esempio quella della famiglia. Nella mia ricerca, relazionale è l’arte che non si accontenta di considerare l’opera come oggetto scambiabile e musealizzabile ma vuole esplorare le dinamiche del gruppo».
Mario Francesco Simeone

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