Ma la rivolta non si ferma

di - 17 Maggio 2013
Ancora una volta un americano nella Sala Bianca del Macro, dopo Durham. Di nuovo la curatela del direttore Pietromarchi, che porta per la prima volta in un’istituzione italiana Sam Durant (Seattle 1961, vive e lavora a Los Angeles), con un articolato lavoro artistico e due progetti realizzati appositamente per il museo romano. La stessa storia (in mostra dal 23 aprile al 1° settembre), parla di Italia, intensamente frequentata dall’artista e di America, naturalmente. E proprio da quest’ultima si parte nel percorso espositivo che affronta la storia, ma soprattutto la cultura americana, il ruolo di artisti ed intellettuali afro-americani che hanno aggiunto importanti frutti all’albero della conoscenza, metafora che Durant riprende dalle installazioni di alberi a testa in giù dell’americano Robert Smithson. Fronde che diventano radici e radici esibite al vento.
I disegni di grafite della serie Upside Down Pastoral Scene (2001) rievocano, con una particolare carica e intensità, l’atmosfera di una contrapposizione sociale e culturale letta in chiave anticapitalista e rivoluzionaria. La scelta simbolica del leader delle Black Panther in Bobby Seale, Co-founder of the Black Panther Party for Self-Defense (2001) allontana l’analisi artistica e sociologica dalle proteste nonviolente di M. L. King per riportare l’attenzione su un livello di rivolta attiva, per arginare la repressione e la discriminazione. Una seduzione forse pericolosa ma sicuramente non ipocrita, che ritroviamo nel grande lavoro murale realizzato con la tecnica dello stencil e che, come un’imponente quinta, interrompe e restringe il percorso espositivo: Look Back, Wall (St.) Text (2009). L’opera costituisce una sorta di trait d’union tra le tematiche proposte parlando dell’attacco alla sede della banca d’affari J.P. Morgan nel 1919 rivendicato da anarchici italiani in nome della lotta di classe e di un “we will kill, because it is necessary” che riassume un clima che periodicamente si ripresenta nelle nostre storie nazionali quando si riapre la ferita mai completamente rimarginata della disuguaglianza sociale.
Le parole del volantino di rivendicazione dell’attentato sono scelte ed utilizzate dall’artista, affascinato dalle vicende del movimento anarchico italiano fin dalla sua giovinezza a Boston in cui «sentivo riecheggiare la storia dell’uccisione affrettata degli anarchici italiani Sacco e Vanzetti», vicende che hanno stimolato la sua riflessione creativa e che ha approfondito in occasione dell’invito alla Biennale di Carrara del 2010. Proprio l’incontro con questa terra di storia di protesta ha contribuito alla nascita del progetto Propaganda of the Deed (2011), una serie di busti di anarchici famosi, da Renzo Novatore a Errico Malatesta, passando per la rivoluzionaria Marie-Louise Bernieri; tutti fatti realizzare da artigiani locali in marmo di Carrara con la tecnica del “non finito” per evidenziare la dominanza del progetto (l’artista aveva  una tempistica ben precisa da cui non intendeva sforare) rispetto alla pratica realizzativa. «Quello che mi affascina del movimento anarchico, al di là della violenza degli episodi che ho riportato in mostra, è la matrice intellettuale di vera protesta», continua l’artista. E la rivoluzione si sente nell’aria, pesante fino ad incidersi su cassette per esplosivo o sacchi di polvere di carbonato di calcio tutti realizzati in marmo di Carrara o sui cubi di marmo presenti in mostra con le parole di Pisacane: «D’altro canto se tutti dicessero: la rivoluzione deve essere fatta dal popolo ed io, come parte infinitesima del popolo, ho la mia parte infinitesima di dovere di farla, e se la facessi, la rivoluzione irromperebbe immediatamente e sarebbe invincibile a causa della sua portata». E qui l’artista raccoglie il testimone della memoria con un lavoro che racconta il passaggio dalla produzione artigianale alle pratiche industriali, che causarono la migrazione di molti artigiani anarchici italiani in America e la conseguente esportazione degli ideali di sovvertimento dell’ordine sociale costituito.
Storia e cronaca si intrecciano invece in Action Smashes,though only for a moment… (2013) in cu Durant non si sottrae a trasferire la memoria nella realtà italiana contemporanea, con una sorta di timeline degli attentati nella storia italiana dal 1858 al 2013 raccontati attraverso frammenti di esplosioni e attacchi, verosimili probabilmente ma finti perché costruiti in laboratorio dall’artista, in un gioco tra opera e residuato bellico. Il percorso si conclude con i fatti di oggi: Model for Proposal fo a Public Fountain (2013) è la provocatoria proposta di una fontana a forma di camionetta con il getto d’acqua orientato a colpire un uomo che protesta, nero con bandiera nera (degli anarchici prima che dei fascisti). Il soggetto ripercorre alcuni tra gli episodi più violenti della storia italiana degli ultimi anni: il G8 di Genova e la protesta degli studenti italiani contro i tagli all’istruzione del 2012, provocatoriamente inseriti con una simulazione grafica nelle più belle piazza di una Roma che non deve dimenticare.
Con l’ultima sala si torna invece in America, per parlare dell’annosa questione della pena di morte, tuttora consentita in diversi stati: una pedana da impiccagione diventa la sala d’aspetto di un ufficio e costringe il visitatore a tornare indietro, scavalcare o salire sull’opera stessa. Come a dire che davvero con questo artista si è obbligati a riflettere, ed è incredibile quanto questo faccia bene.

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