Mauri, Pistoletto e giovani artisti. A Bergamo! |

di - 29 Novembre 2016
Con i nuovi opening di novembre la galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, dirimpettaia dell’Accademia Carrara con la sua straordinaria collezione riallestita, è occasione per una visita che riserva interessanti scoperte e riflessioni. Con una giornata a disposizione, senza preclusioni d’interesse, si potranno aprire confronti artistici nel tempo e nelle poetiche, nelle ricerche e nelle esperienze oltre che nell’intensa trasformazione di display e media di cui l’arte nei secoli si è appropriata. Ma, per stare sul lato destro della Piazza Carrara, quello della GAMeC, ciò che appare evidente è uno sforzo speciale dell’istituzione verso un’attività espositiva che voglia più efficacemente descriverne identità e ambizioni.
Al secondo piano del museo troviamo la mostra dedicata a Fabio Mauri (Roma 1926 – 2009) dal titolo “Arte per legittima difesa”. Un’esposizione, a cura di Giacinto di Pietrantonio, che racconta, soprattutto attraverso opere su carta, il filo del pensiero di Mauri e la sua ricerca militante e lucida sul ruolo dell’artista e sulla cultura dell’immagine e del linguaggio come mezzo di consumo nell’industria culturale.
Se è certo che a Fabio Mauri in anni recenti sono già state dedicate mostre importanti, anche in rassegne internazionali che hanno riconosciuto il suo ruolo rilevante nel pensiero della seconda metà del XX secolo, il percorso che si svolge nelle quattro sale della GAMeC si distingue per la selezione delle opere esposte e la ricerca sottesa. Si tratta di opere storiche degli anni Sessanta e Settanta ma anche opere più recenti, quelle degli anni Novanta e Duemila, che abbracciano oltre cinquant’anni del lavoro di Mauri. E soprattutto di opere forse meno conosciute che trovano nella carta il supporto prescelto e mettono in scena con grande rigore il suo approccio all’arte. La dichiarazione d’intenti che si raccoglie è focalizzata sul ruolo dell’artista: non mero fabbricante o moltiplicatore d’immagini ma intellettuale che si muove dentro il senso del mondo per restituirne interpretazioni e, forsanche, rivoluzioni. Non a caso, e già dal 1957, nelle opere di Mauri qui proposte si rintraccia il persistere del termine fine o the end che può considerarsi il centro della mostra.

A seconda dell’articolo scelto Mauri cita LA FINE, conclusione e termine, in grado di ricordarci tutto l’orrore dell’animo umano, o IL FINE,  sistema di scopo che permette di intravedere un’apertura e una possibilità verso il futuro. Una mostra, questa dedicata a Fabio Mauri, che ci accoglie in un silenzio assordante capace di sfidare e inquietare anche l’osservatore più distante.
Al primo piano, sempre a cura di Giacinto di Pietrantonio, si trova invece la mostra di Michelangelo Pistoletto dal titolo esplicativo “Immagini in più, Oggetti in meno, Un paradiso ancora”. Cinque sale per cinquanta opere raccolte e selezionate tra gli anni Sessanta e oggi, che sembrano chiamarsi e richiamarsi da una sala all’altra tra connessioni simboliche, poetiche, critiche e visuali. Dai Quadri specchianti alle sculture per Oggetti in meno sino alle ricerche e alle sperimentazioni legate al progetto Terzo Paradiso la mostra sembra quasi un combattimento tra lo spazio e il tempo. Spazialmente appare come una sorta di affastellamento strutturato e costruito quasi per riverberare – con la nostra presenza e il suo specchiarsi sulle superfici di molte fra le opere – un’adesione partecipativa e interattiva dentro il percorso dell’artista stesso.

Ne deriva l’esemplificazione di un lavoro complesso, mai finale, mai lasciato al caso, pronto a raccontare esperienze che si sono snodate negli anni e nelle quali Pistoletto ha liberato le sue analisi e posizioni di senso. In questa mostra si ha dunque la possibilità di vivere un doppio paradosso: da una parte la volontà visionaria dell’artista che ci coinvolge in un pensiero e in una pratica articolata ed energica con la capacità di raggiungere, in maniera empatica e persuasiva, persone di ogni generazione e interesse; dall’altra una sensazione persistente d’ingombro e di accumulo che spinge il visitatore a desiderare l’estrazione e l’osservazione delle singole opere in spazi ben più dilatati e luminosi. L’autorialità dell’artista, convincente e perciò specchiante, sembra avere in questa mostra il sopravvento su di noi per accogliere uno dei temi più cari a Michelangelo Pistoletto stesso, come si registra dalle sue parole: “I lavori che faccio non vogliono essere delle costruzioni o fabbricazioni di nuove idee, come non vogliono essere oggetti che mi rappresentino, da imporre o per imporre agli altri, ma sono oggetti attraverso i quali io mi libero di qualcosa … Io non li considero oggetti in più ma oggetti in meno, nel senso che portano con sé un’esperienza percettiva definitivamente esternata.”

Nello spazio Zero della GAMeC, appena sopra la collezione permanente aggiornata da progetti di studio e ricerca curati da Maria Cristina Rodeschini, troviamo una grande installazione di Rochelle Goldberg (Vancouver, Canada, 1984) dal titolo No where, Now here. Curata da Sara Fumagalli e Stefano Raimondi la grande opera che si compone di lavori singolari tutti allestiti in una spazialità cromatica avvolgente, ci racconta una ricerca accurata ma insieme gestuale che fa della materia e del colore, prima che della forma e del linguaggio, la rappresentazione di una realtà fluida e invadente. La contaminazione tra i materiali e quella tra forme arcaiche e in parallelo elaborate, sembra indicarci una scommessa fra tradizione e tecnologia, tra trasformazione e mutazione, di cui l’artista riesce a farsi interprete con gesto sicuro.
E ancora, nello spazio dedicato alle opere video della GAMeC è possibile seguire l’ottava edizione dell’Artists’ Film International: dal 25 novembre al 15 gennaio, con un programma cadenzato per giorni, è possibile vedere le opere video di tredici artisti scelti da altrettante istituzioni. Per la GAMeC la scelta è caduta su Dark Content, opera video del 2015 di Eva e Franco Mattes.

C’è infine una parte molto importante della GAMeC ancora da segnalare: l’ampio e significativo lavoro dei Servizi Educativi diretti da Giovanna Brambilla con Clara Manella e un nutrito gruppo di mediatori e operatori che negli anni ha costruito una piattaforma di continuità, determinazione e autonomia. Così se le numerose mostre dell’istituzione in questo intenso autunno 2016 appaiono forse strette nelle non vaste sale dell’istituzione, tanto da rendere qualche volta troppo densa una lettura adeguata alla loro complessità (possibile indice di una strategia per accumulazione che bene interpreta il nostro presente visivo e informativo?) e se l’insieme delle esposizioni sembra chiedere l’esplicitazione di un fil rouge, anche per contrasti rafforzativi (indice di una strategia mirata allo spiazzamento semantico?), in parallelo corre l’attività del dipartimento educativo che, con segni e gesti correlati ma autonomi, raccoglie intorno a sè esperienze e conoscenze in stretto contatto con le pratiche dell’arte e le contraddizioni del reale.
Paola Tognon

Laureata e specializzata in storia dell’arte, docente, critica e curatrice. Mi interessa leggere, guardare, scrivere e viaggiare, fare talent scout, ascoltare gli artisti che si raccontano, seguire progetti e mostre, visitare musei e spazi alternativi, intrecciare le discipline e le generazioni, raggiungere missions impossible. Fondo e dirigo Contemporary Locus.

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