Milano-Sharjah andata e ritorno

di - 6 Novembre 2016
Grazie alla collaborazione tra FARE e il Maraya Art Centre, un nuovo programma di scambio ha visto la luce. Dopo la Dreams’ Time Capsule di Eva Frappiccini presentata a Sharjah in occasione dello scorso Art Dubai, a Milano approda il sound artist Jumairy con un progetto notturno a cura di Francesco Urbano Ragazzi che aprirà al pubblico il 16 Dicembre ai Frigoriferi Milanesi.
Abbiamo pensato di raccontare questa storia attraverso il vissuto di tutti gli attori coinvolti. Ecco le loro esperienze di, nell’ordine: Giuseppe Moscatello, direttore del Maraya Art Centre, Barbara Oteri e Beatrice Oleari, fondatrici di FARE e AIR – Artinresidence, Alexandra MacGilp, curatrice del Maraya Art Centre, Francesco Urbano Ragazzi, duo curatoriale e l’artista Jumairy.

In quale contesto si inserisce la residenza di Jumairy che il Maraya Art Centre promuove in collaborazione con FARE?
Giuseppe Moscatello: «In tempi così turbolenti è cruciale alimentare il dialogo transculturale. Proprio per questo, i programmi di residenza del Maraya Art Centre sono spesso pensati come scambi bilaterali. Da un lato, le persone che ospitiamo qui a Sharjah hanno la possibilità di produrre nuovi progetti interagendo con una comunità che è ben più vasta della sola comunità degli artisti. Dall’altro, gli artisti che dagli Emirati trascorrono un periodo in residenza in un’altra nazione hanno modo di esporsi a nuove culture e a nuove modalità di analisi critica al di fuori del loro contesto familiare e professionale: un vero lusso per molti di loro. Gli artisti che vanno all’estero hanno un ruolo importantissimo. Portano la loro esperienza all’interno di un sistema molto giovane, in forte sviluppo, ma che ha ancora scarse opportunità di formazione all’arte. Non resta che aspettare risultati di lungo periodo, che matureranno nell’arco del prossimo decennio. Per quanto riguarda le residenze, il Maraya Art Centre può contare tra i suoi partner la Jogja Biennale, Indonesia; YARAT Art Space di Baku, Azerbaijan; Delfina Foundation, Londra; ISCP, New York; Seoul Art Space Geumcheon, Korea del Sud; Koichi-Muziris Biennale, India. E ovviamente FARE a Milano, di cui ammiriamo il programma e l’ethos».

Negli ultimi anni FARE ha sviluppato molti programmi di residenza in collaborazione con istituzioni del MENASA (Middle East, North Africa, South Asia). Qual è l’importanza di questi scambi per l’Italia?
Barbara Oteri e Beatrice Oleari: «La nostra prospettiva è quella di guardare ai programmi di residenze come luoghi di apprendimento complementari ai percorsi di formazione esistenti per gli artisti: programmi di Master e PhD per l’Arte che in Italia scarseggiano. Questi programmi attivano una conoscenza che è ‘unframed’, informale e non certificata, ma comunque preziosa per l’acquisizione di nuovi modi di fare e pensare. Conseguenza naturale di questa nostra visione è stata la decisione di promuovere, attraverso il nostro progetto www.artinresidence.it (l’unico network italiano dedicato alle residenze d’artista) progetti di scambio con i paesi del MENASA. Crediamo che quest’area geografica sia per gli artisti italiani un’importante occasione di apprendimento perché ha tutte le caratteristiche dei Paesi in crescita, artisticamente giovani e in fermento. Quest’anno abbiamo promosso una residenza in Egitto durante il Land Art Symposium promosso da Tatweer Misr, e una in Barhein in collaborazione con Al Riwaq Art Space. Teniamo molto allo scambio in atto con il nostro partner a Sharjah, il Maraya Art Centre, perché abbiamo stabilito una buona sintonia basata su strategie e obiettivi comuni. Nel marzo scorso, Eva Frapiccini ha esposto il suo progetto Dreams’ Time Capsule nel parco di Al Majaz in concomitanza con Art Dubai, mentre Jumairy presenterà i risultati della sua residenza a Milano in Dicembre».

Quali sono le caratteristiche della nuova generazione di artisti negli Emirati?
Alexandra MacGilp: «Non si possono capire a fondo gli Emirati senza considerare la rapidità con cui stanno cambiando. Lo Stato non ha ancora compiuto 45 anni, la sua popolazione è  internazionale e ha una fortissima mobilità, l’urbanizzazione continua a inglobare aree un tempo desertiche, ma le strutture familiari sono rigide. Si ha la sensazione che il futuro sia già arrivato, eppure l’equilibrio tra modernità e tradizione rimane precario. Gli artisti più giovani reagiscono a questo contesto in modi molto diversi, a volte celebrando l’energia della trasformazione, a volte guardando con nostalgia a un passato che viene dimenticato in fretta. La loro ricerca è anche influenzata da fattori molto materiali: i centri commerciali sono vissuti come spazi pubblici e le auto sono praticamente delle seconde case. Inoltre gli Emiratini sono stati tra i primi ad assorbire la cultura dei social media: molti artisti concepiscono i propri profili Instagram come veri e propri portfolio. Il sistema dell’arte è altrettanto giovane. La formazione nelle università si ferma al livello del Bachelor e gli atelier a disposizione degli artisti sono ancora pochi. D’altro canto però, il governo e le istituzioni private supportano molto la scena locale, che ha anche l’opportunità di farsi conoscere durante appuntamenti ormai inclusi nell’agenda internazionale: penso in particolare al March Meeting, ad Art Dubai, alla Sharjah Biennial, ad Abu Dhabi Art.
Una importante occasione di formazione è infine il confronto tra generazioni. A pochi mesi dalla scomparsa del grande Hassan Sharif, non posso non ricordare il  ruolo di mentore e pioniere che ebbe a partire dagli anni ’80. Dopo di lui, hanno avuto lo stesso ruolo Mohammed Ahmed Ibrahim e Mohammed Kazem».

Come è stato strutturato il programma di residenza in questo caso?
Francesco Urbano Ragazzi: «In controtendenza con quanto avviene di solito, abbiamo sempre concepito i programmi di residenza come delle mostre: format unici e non ripetibili, costruiti in maniera specifica attorno agli artisti invitati, alla committenza e a determinati contesti e comunità. Abbiamo immaginato la residenza di Jumairy come un’esperienza completamente delocalizzata, fondandola su una serie di relazioni con artisti e pensatori che ci sembrava potessero arricchire la ricerca sonora e visiva dell’artista, tra possessioni e appropriazioni culturali. Penso in particolare ad alcuni incontri significativi come quello con Carlo Antonelli, o con Tomaso De Luca, gli Invernomuto, Malibu 1992, Jacopo Miliani, Sofia Ginevra Giannì. Non ci interessa la nozione generica di territorio, né la residenza come forma di turismo creativo. Jumairy è un artista nato a Dubai nel 1992 e vive proiettato in un universo digitale dove la presenza fisica è quasi sempre mediata e mediatica. I suoi riferimenti sono pienamente globalizzati: vanno da Gregg Araki a Satoshi Kon. Dubai, Milano e qualsiasi altro luogo sono parte di questo universo solo come contingenza, e assumono senso grazie a contenuti e connessioni. Questa dimensione dell’esistenza ci interessa molto ed è la chiave con cui da alcuni anni stiamo guardando alla nuova scena artistica del Golfo».

Com’è andata questa prima fase della residenza?
Jumairy: «Da Milano ho preso molto. Soprattutto i regali che ho ricevuto dalle persone che ho incontrato: un loop da Formation di Beyonce che Carlo Antonelli mi ha passato, il training di Sofia Ginevra Giannì su una traccia che ho composto per lei, il libro d’artista “Your boss has given you this factory what do you think?” di Jacopo Milani, che rivisita Teorema di Pasolini. E poi la musicassetta Palm Wine / Dj Rupture vs. Maga Bo regalatami da Simone Bertuzzi che spero riuscirò ad ascoltare appena troverò un walkman! Poi ho una lista di più di 30 film e 30 album che mi sono fatto consigliare da tutti coloro che sono passati per lo studio o che sono andato a trovare. C’è un’unica ripetizione nella lista: Le ombre degli avi dimenticati di Sergej Paradžanov! Voglio che la mostra finale sia anche il mio modo di ricambiare».
Matilde Lazzarato

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