M’illumino di Macro

di - 20 Giugno 2012
Il Macro va avanti nel percorso di ridefinizione della propria identità. Dopo gli studi d’artista che hanno portato dentro il museo il lavoro in progress piuttosto che esporre l’opera finita, rendendolo più laboratorio che “mausoleo”, ora il direttore Bartolomeo Pietromarchi mette mano su un altro segmento importante dell’istituzione romana: la sala Enel, disegnata da Odile Decq, che ha firmato l’intero volto architettonico del museo, e considerata la sala espositiva più vasta d’Europa.

Vero e falso che sia (di musei continuano a nascere in continuazione e i primati durano poco), la sala Enel, chiamata così in omaggio al main sponsor del Macro, è molto attraente per gli importanti volumi, ma difficilmente praticabile. La mostra che vi si inaugura oggi, “Neon. La materia luminosa dell’arte” (a cura di David Rosenberg e Pietromarchi) è l’occasione per movimentarla, creare nuove pareti e soprattutto articolare un percorso tematico.

La rassegna, che proviene dalla Maison Rouge di Parigi, ma che per la trasferta romana è stata abbondantemente arricchita di molte opere di artisti italiani (tra gli altri: Massimo Bartolini, Maurizio Cattelan, Flavio Favelli, Piero Golia, Marcello Maloberti, Valerio Rocco Orlando, Riccardo Previdi, Paolo Scirpa, Massimo Uberti, Grazia Varisco e Vedovamazzei), s’incentra sull’uso del neon adottato dagli artisti dagli anni Sessanta in poi. Qualcosa che ha effettivamente rischiarato la loro ricerca, soprattutto quella orientata più verso l’Arte Concettuale, dandole un tratto più vivido e fortemente comunicativo.
Risaltano l’imponente installazione di Maurizio Nannucci, accanto ad altri lavori storici, come quelli di Dan Flavin, Kosuth, François Morellet, Bruce Nauman, Gyula Kosice, Piotr Kowalski, Jean-Michel Alberola, Stephen Antonakos Jean-Pierre Bertrand e Varisco che, ciascuno a proprio modo, ha declinato l’elemento luminoso con desinenze più minimal o più optical. Evidenziando, in tal modo, l’estrema malleabilità del mezzo. Ma il neon ha sedotto anche artisti più giovani che l’hanno utilizzato non solo per realizzare veri e propri statement: Claire Fontaine, Orlando, Alfredo Jaar, Tracy Emin, sfiorando le soluzioni formali di quella corrente che va sotto il nome di Art & Language, ma anche nella ricerca centrata sullo spazio. È il caso di Massimo Uberti e del francese John Cornu, mentre Andrea Nacciariti lo utlizza in un’installazione dove tante insegne luminose si mischiano l’una all’altra in maniera disordinata, quasi a sottolineare l’insensato accumulo delle merci e dei loro segnali tipico della nostra società.
Altri artisti, invece, con il neon realizzano ricche installazioni dove la presenza linguistica è centrale, ma non esclusiva: esuberante quella di Jason Rhoades, che riporta innumerevoli modi idiomatici e gergali per esprimere il sesso femminile, potente e poetica come sempre quella di Mario Merz, essenziale ed egualmente poetica quella di Calzolari.
Nell’insieme la mostra appare riuscita anche se “leggera”, forse non destinata a rimanere negli annali del museo, ma sicuramente porterà pubblico, soprattutto giovane. Cosa di cui il Macro ha bisogno per scavallare la crisi che attanaglia l’intero mondo culturale. Non a caso la sera del 18, nell’atrio centrale, si è svolta una cena con 150 ospiti seduti organizzata dalla neo presidente di Macroamici, Beatrice Bulgari, con il preciso obiettivo di reperire fondi.

Le altre due mostre che inaugurano contemporaneamente a “Neon” sono un’antologica su Claudio Cintoli e la project room allestita da Gregorio Botta. Due iniziative molto diverse, la prima è l’occasione per conoscere questo artista marchigino, attivo negli Sessanta e che in questo decennio raggiunge una notevole capacità espressiva segnata da un netto eclettismo, che spesso contraddistingueva gli artisti di quel periodo alle prese con media e linguaggi, ma che non ha giovato alla definizione del suo profilo artistico. Il ricorso alla fotografia, al collage, la performance, il video, la pittura prima figurativa, poi informale infine iperrealistica (ed è la stagione migliore da cui provengono eccellenti quadri), l’installazione è ampiamente documentato nella mostra curata da Daniela Ferraria e Ludovico Pratesi. Che restituisce una figura spesso in anticipo sui tempi, performer secco (Crisalide), fotografo che sfida le convenzioni e si avvicina a una body art a volte caratterizzata da una forte sessualizzazione a volte anche disturbante (il ciclo delle foto scattate con la moglie), installatore prepoverista che fa uso di corde e altri materiali (Nodi e Pesi Morti), ma anche public artist che interviene con un grande murales al Piper, locale cult della Roma anni Sessanta. Completano la mostra i Diari, tredici quaderni autografi zeppi di appunti, schizzi e progetti, per la prima volta esibiti al pubblico che aiutano a mettere a fuoco il profilo di questo artista scomparso precocemente (muore a Roma bel ’78 a 43 anni), altrettanto presto dimenticato anche per la sua posizione volutamente fuori dal sistema dell’arte.

Infine, Gregorio Botta che ha realizzato un ambiente molto intimo ma dotato al tempo stesso di un’intensa forza espressiva (a cura di Guglielmo Gigliotti). Si accede a una stanza quasi buia, intravista all’inizio come chiusa, una sorta di scatola museale al contrario: non freddo white box ma box oscuro e caldamente illuminato da enigmatici bagliori. Quello che appariva impenetrabile, si rivela invece essere un ambiente accessibile, che ruota intorno a un baricentro tematico dato dall’idea della dimora: tante casette sono allineate alle pareti, alcune rivelano interni neanche poveristi, semplicemente acquatici, mentre altre rimandano alle pareti delle flebili luci da cui si intravedono scene di vita quotidiana, brani di vecchi film amatoriali che appartengono alla memoria privata dell’artista, mentre altre ancora disperdono semplicemente il proprio bagliore sulla parete. Al centro, su un cubo di cera, bagnato da gocce d’acqua, sono riportati due versi di Emily Dickinson: “Trovare è il primo atto/ e il secondo perdere”.

A.P.

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