MOBS: a Genova la mostra che si interroga sul rapporto tra migrazione e narrazione mediatica

di - 9 Aprile 2025

È possibile sovvertire la narrazione dominante sulla migrazione che i mass media e la propaganda alimentano ogni giorno? La mostra MOBS. Mobilities, Solidarities and Imaginaries across the Borders, curata da Anna Daneri e ospitata a Palazzo Grillo di Genova, risponde a questa domanda. Esito dell’omonima ricerca sostenuta dal programma Prin 2020 del Ministero della Ricerca, l’esposizione mette in luce i sorprendenti risultati derivanti dall’incontro tra ricerca sociologica e pratica artistica.

Il progetto si è sviluppato attraverso la collaborazione di cinque unità di ricerca delle Università di Genova, Parma, Padova, Milano e Napoli – L’Orientale, che hanno dato vita a un dialogo tra le prospettive disciplinari delle ricercatrici e dei ricercatori Annalisa Frisina, Monica Massari, Vincenza Pellegrino e Luca Queirolo Palmas e le voci delle artiste e degli artisti in mostra: Alessandra Cianelli, Wissal Houbabi, Anto Milotta e Opher Thomson.

Alessandra Cianelli, Wissal Houbabi, Anto Milotta e Opher Thomsonaf, photo Opher Thomson, After the rain

Le ricerche si concentrano sul territorio italiano, luogo di profonde interconnessioni transnazionali, dove persone in transito con diversi status giuridici e sociali danno forma a modi di abitare e mobilità temporanee nonostante l’aumento di confini legati a colore, cittadinanza, genere e classe.

MOBS. Mobilities, Solidarities and Imaginaries across the Borders esplora come le esperienze vissute da questi soggetti possano ridefinire confini geografici e sociali, generando nuove visioni e relazioni solidali in contesti spesso segnati da disuguaglianze e divisioni. Attraverso le ricerche congiunte condotte su quattro spazi di transito: la montagna, il mare, l’area urbana e quella rurale, si aprono riflessioni capaci di sfidare le narrazioni distorte che spesso strumentalizzano la paura e la sicurezza per giustificare politiche discriminatorie e repressive.

Seguendo il percorso espositivo, Opher Thomson, in collaborazione con l’Università di Parma, si concentra sulla montagna, territorio che separa e connette, realizzando un film che restituisce il paesaggio montuoso visto dallo sguardo migrante di chi lo attraversa.

Anto Milotta, con l’Università di Genova, affronta e documenta il mare come spazio di transito, carico di speranza e tragedia, dove le differenti prospettive e condizioni di chi attraversa il confine ne ridefiniscono il significato e l’esperienza del viaggio.

Anto Milotta, Tanimar, crocevia Mediterraneo, still

Wissal Houbabi, insieme all’Università di Padova, esplora la dimensione urbana attraverso un progetto partecipativo che trasforma un doposcuola per bambine con vissuto migratorio in un’esperienza che dà forma all’opera in mostra, capace di intrecciare la loro immaginazione, il confronto con il mondo adulto e le sfide quotidiane della comunità migrante.

Wissal Houbabi, C’ERA UNA VOLTA…IL FUTURO

Infine, Alessandra Cianelli, in collaborazione con l’Università di Milano, si concentra sull’ambiente rurale della Piana di Vittoria e sulle dinamiche di sfruttamento e isolamento delle comunità migranti che abitano e lavorano nelle serre, mettendo in luce le condizioni di invisibilità che ne conseguono.

Le installazioni in mostra combinano il linguaggio del video con elementi scultorei, disegni e fotografie. Non a caso la curatrice Anna Daneri richiama il concetto espresso dalla regista e teorica Trinh T. Minh-ha di “speaking nearby”, che rifiuta la narrazione documentaria tradizionale. Un approccio che emerge nelle opere esposte, dove lo sguardo non è mai neutrale, ma si sforza di avvicinarsi alla complessità senza imporre un punto di vista dominante.

Un ulteriore contributo arriva dal collettivo Cheap che, insieme all’Università di Padova, ha creato cinque poster che sintetizzano le tematiche del colonialismo, delle guerre e della costruzione di futuri possibili attraverso le voci di persone razzializzate.

A completare l’esposizione, un ricco programma di incontri, presentazioni di libri e performance conferma la mostra come un dispositivo aperto che invita a riflettere sulle strutture di potere e sui meccanismi di esclusione e controllo che definiscono i movimenti delle persone nel mondo contemporaneo.

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