Mudam, piccolo è bello. E virtuoso

di - 27 Luglio 2013
A Lussemburgo, nel cuore dell’Europa c’è il Mudam, museo di arte contemporanea inaugurato nel 2006: un’architettura-scultorea site-specific in gres de Bourgogne Mangy e vetro di Ieoh Ming Pei, l’autore della Piramide posta davanti al Louvre, perfettamente integrata con le rovine di un forte militare, caratterizzato da volumi geometrici e ampi spazi irrorati dalla luce naturale nel Park Drai Eechelen (Parco delle Tre Ghiande), che rispecchia la sua collezione non permanente, bensì in progress. Il Mudam propone mostre monografiche e tematiche di artisti internazionali, pensate come soluzioni “aperte” e trasversali che dialogano con lo spazio, il territorio e il pubblico, indagando il presente polisemico, dinamico e transnazionale con uno sguardo poetico, senza la pretesa di storicizzare il presente.
In questo spazio, immagini, video, sculture e istallazioni divengono traccia e memoria di un presente che pone le sue origini nel passato a partire dall’architettura. Il Mudam, incastonato come un diamante tra edifici high tech in acciaio e vetro, nel nuovo quartiere finanziario-culturale del  Kirchberg e la Filarmonica dall’architettura curvilinea realizzata da Christian De Portzamparc, è amato dai cittadini e in particolare dai giovani. Considerato un luogo dove stare e non solo da consumare, guardare le mostre e via, al Mudam si organizzano visite guidate, si studia nella luminosa biblioteca, si seguono corsi di approfondimento sulla storia dell’arte recente, dibattiti e incontri con gli artisti addetti ai lavori. È un museo caro non solo alle muse, frequentato dai giovani di tutte le età interessati all’arte del presente e da tanti bambini, intrattenuti da esperti con laboratori ludico-didattici che piacciono tanto ai genitori. Enrico Lunghi, dal 2009 è il direttore del Mudam, in quattro anni è riuscito a far “digerire” l’arte contemporanea anche ai lussemburghesi più restii, adottando una politica di valorizzazione del museo in rapporto al territorio. Ha vinto la sua politica mirata all’integrazione con gli abitanti e alla comunicazione internazionale, offrendo un carnet di dieci, quattordici progetti all’anno, mostre complesse che rappresentano una punta di eccellenza nel panorama globale.
Quest’anno, per la prima volta, al Mudam è stata inaugurata una doppia mostra a luglio, perché il direttore dice che la cultura non va in vacanza, come l’arte dinamica che ci rappresenta. Al primo piano del museo, caratterizzato da una lanterna vetrata, ispirata alla cupola rinascimentale, risolta in chiave geometrica, che ha la funzione di  catturare la luce naturale, dialogano le sculture d’ispirazione poverista di Thea Djordjadze, presente all’ultima edizione di dOCUMENTA 13 a Kassel e alla Biennale di Venezia in rappresentanza dell’effimero Padiglione georgiano con le installazioni new-dada, ludiche e duchampiane, create dalla coppia di  giovani artisti svizzeri Lutz & Guggisberg, che perpetuano lo spirito di Fischli & Weiss. Djordjadze (1971, Tiblisi, Georgia) presenta la mostra dal titolo Our full: un corpus di sculture geometriche e installazioni realizzate con materiali organici e di scarto, umili, come: legno, argilla, vetro, tessuto e molti prelievi dalla realtà che incarnano un’idea di fragilità e vulnerabilità della condizione umana, evidenziando una relazione tra il pensiero, il gesto, le opere e l’architettura. Sviluppata in collaborazione con la Malmӧ Konsthall (Svezia) e la Kunsthalle Lingen (Germania), questa mostra, concepita come un work in progress, coniuga il Minimalismo con la Process Art: ogni opera si riconfigura in maniera unica nei diversi luoghi in cui espone. Da questa sezione dedicata alla “ragione” del fare, in cui primeggiano forme solide e geometriche accanto a architetture effimere prive di ogni funzionalità dell’artista georgiano, si passa all’ampia sala del “sentimento”, d’ispirazione dada  e  scanzonata, con la mostra intitolata The Forest  di Andres Lutz (1968), che è anche artista di cabaret, e Anders Guggisnerg (1966), musicista, entrambi svizzeri che lavorano insieme dal 1996. Si riconoscono per un dissacrante spirito ludico e per installazioni proteiformi, comprendenti pittura, scultura, installazioni, video, fotografia, performance, intrise di spirito duchampiano. Sorprendono per leggerezza e  rompono l’uniformità dello spazio, le opere murali e altri lavori recenti che compongono una narrazione di luoghi fantastici, onirici e fiabeschi, contro la logica del white cube del museo.
Con il primo autore, il duo svizzero condivide la pratica di utilizzare materiali poveri e l’obiettivo di costituire una sorta di  laboratorio del presente, opere che indagano la relazione fisica e psichica con lo spazio, in bilico tra la cultura dell’artificiale e quella  naturale, in cui dialogano antropologia e architettura, ordine e disordine. Ravvivano lo spazio le pitture murali quasi naif che riproducono un paesaggio artificiale, popolato da esseri improbabili, sculture di forme organiche, un’isola di pane con battelli intorno, evocazioni di primavere assurde, dove si troverebbe a suo agio Pippi Calzelunghe.
Questa doppia personale dialoga con l’esposizione collettiva in corso, composta da sedici stanze d’artista e intitolata “L’image Papillon”. Ospitata nelle gallerie al piano terra e a quello interrato, dove i lavori ispirati all’opera dello scrittore W.G.Sebald avvalorano relazioni tra l’immagine e la memoria, definendo mappature fuori dalla storia, in  cui il tempo sembra essersi fermato e sublimato in un  ricordo di altritudini.

Jacqueline Ceresoli (1965) storica e critica dell’arte con specializzazione in Archeologia Industriale. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente.

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