Nuovo cinema Papagaio. Contemporaneo e muto

di - 17 Giugno 2014
Mentre la retrospettiva di Cildo Meireles è ancora in corso, nel piccolo spazio Shed dell’HangarBicocca, c’è la nuova maxi installazione multimediale di forte impatto scenografico di João Maria Gusmão (1979) e Pedro Paiva (1977) chiamata “Papagaio”, composta da trentanove opere, di cui trentacinque film brevi, e una nuova pellicola della  durata di 43 minuti che dà il titolo alla mostra.
Entrambi nativi di Lisbona, attivi dal 2001, hanno conquistato la scena internazionale alla  Biennale di San Paolo (2006) e a quella di Gwangju (2010), e con la partecipazione come rappresentanti del Portogallo alla  53esima Biennale di Venezia, dove sono stati anche invitati nel “Palazzo Enciclopedico” di Gioni.
“Papagaio” è quindi la prima e più importante retrospettiva italiana del duo portoghese che non rilascia interviste e non era presente neppure alla conferenza  stampa della mostra a cura di Vicente Todolì, che ha concepito con gli artisti un labirintico percorso visivo e sonoro che valorizza il  linguaggio cinematografico e una inafferrabile metafisica del quotidiano, un assemblaggio effimero di documentari dell’inatteso, in cui il fruscio di vecchi proiettori e le immagini in slow motion, materializzano “sculture temporanee”, come le hanno definite gli autori. Le loro visioni effimere e fluttuanti si muovono a rallentatore in un labirintico ambiente multisensoriale, in cui aleggia un’impercettibile melanconia di pessoniana memoria,  dove arte e letteratura, vita e poesia, tecnologia e magia  si completano in un’ opera site specific immersiva e ritmata da  scenari diversi, in cui ognuno è libero di cercare  punti di vista  sempre differenti.
Papagaio, presentato  in una parte isolata dal percorso, è concepito come una tradizionale proiezione cinematografica: è da godere seduti, anche perché dura 43 minuti, ed è il primo mediometraggio concepito dagli artisti, noti per proiezioni poco superiori ai due minuti    (corrispondenti alla  lunghezza standard di un negativo delle vecchie cineprese Bolex), che rappresenta un rito animista simile alle pratiche voodoo, intriso di esoterismo, filmato dall’inizio alla fine, che valorizza la trance collettiva come mezzo per raggiungere la catarsi e la purificazione. Il consolidato duo portoghese rende  omaggio al cinema muto dei fratelli Lumiére, la cui produzione si caratterizzava per la ripresa del quotidiano, tipo documentario, senza alcuna interpretazione dell’evento, e all’inventore del fantasy Georges Méliès, padre degli effetti speciali. Le ambientazioni del corpus di “Papagaio” sono per lo più da ricercare nei paesaggi dell’arcipelago di Sao Tomé e Principe, una ex colonia portoghese incastonata nel Golfo  della Guinea, dove il duo ha soggiornato nel 2011 e anche quest’anno per  produrre alcuni dei nuovi lavori esposti in occasione della retrospettiva milanese, scevri  da condizionamenti dei linguaggi  dei media commerciali  e dei codici di rappresentazione ormai prevedibili della  cultura  globale. Varcato l’ingresso della  mostra, lo spettatore  è accolto dal retro delle pareti utilizzate per le proiezioni, messe così per  evidenziare che, nelle loro opere, nulla  è come sembra e  tutto  può essere ribaltato: realtà, finzione, associazioni iconografiche, assonanze sonore, evocazioni simboliche, metaforiche, survisioni poetiche organizzate secondo un  criterio non cronologico, bensì  empatico-emozionale.
La  mostra si apre con Glossolalia (Good morning, 2014): un film che  mostra due pappagalli dai colori spettacolari mentre pronunciano la parola “buongiorno”, anche se non si ode  nulla se non il fruscio  dei proiettori e termina con Cross Eyed Table Tennis (2014), nel quale si mostra il movimento di una palla da tennis durante una partita di ping pong, che sembra ipnotizzare lo sguardo di due uomini affetti da strabismo: è questa una emblematica  metafora sull’impossibilità per l’uomo di cogliere la  realtà attraverso i propri sensi, che apre una  riflessione sull’ambiguità della visione in bilico tra illusione e percezione in cui l’inatteso diventa  oggetto  del desiderio,  tema cardine di tutto il lavoro del duo portoghese. Da questa immagine di apparente naturalismo, fino a quelle di ingannevole taglio documentaristico, con la ripresa di dettagli e di eventi minimi, tutto svapora nell’oscurità dello spazio in cui sembrano cristallizzarsi  schermi–opere  in un eterno presente e magmatico flusso d’immagini evocative.
Ambigue, sfuggenti e metafisiche, le immagini di Gusmão e Paiva investigano il rapporto tra realtà e finzione, mettendo a fuoco che tutto nella  vita è transitorio e instabile.
Cercate  i cerchi concentrici  nel film Experiment on the Effluvium (2009): vedrete piccoli crateri provocati dall’impatto di pietre gettate sulla superficie dell’acqua, in un’apparente solidificazione delle azioni.
E poi tanti omaggi, ai “miti”: a Fernando Pessoa (1888-1935), alla “patafisica” o “scienza delle soluzioni immaginarie” del poeta  drammaturgo francese Alfred Jarry (1873-1907) e ad altri scrittori e filosofi. Sono opere che innescano riflessioni plurime sul’intersezione tra l’uomo, lo schermo, la rappresentazione pittorica e la realtà, attraverso un linguaggio meta-cinematografico. Tra altre tematiche ricorrenti  degli autori c’è  la dicotomia tra l’uomo e l’animale, come si nota nel film The soup (2009), in cui si vede  un gruppo di scimmie nell’atto di affondare le zampe in una  pentola ricolma di acqua in ebollizione per  afferrare alcune patate. Questo comportamento comico e inspiegabile per l’uomo, mette in discussione le nostre aspettative e la percezione della realtà ambigua  come i nostri sensi, sospesa tra  realtà e illusione.
Altro tema presente nei lavori degli artisti è il ventriloquismo,  pratica  anticamente attribuita agli oracoli e più  tardi  sperimentata  dagli illusionisti,  assurta  nelle opere  del duo  portoghese a summa emblematica dell’incapacità umana  di attribuire  senso alla realtà  attraverso la  parola intesa come logos, ovvero strumento razionale. La ragione e il senso dell’assurdità è il tema  anche delle nuove produzioni, insieme a Papagaio: Before Falling Asleep , a pre-cortical image inside a moving train (2014) dove una delle tre camere oscure inscena il principio della visione stereoscopica, tentando di riprodurre la percezione di una persona che sta per addormentarsi  dentro un vagone  ferroviario, per esprimere il paradosso della realtà  effimera e transitoria, come  la polvere di cui sono fatti i sogni e gli incubi.

Jacqueline Ceresoli (1965) storica e critica dell’arte con specializzazione in Archeologia Industriale. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente.

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