Polifilia dell’arte

di - 27 Luglio 2019
Il progetto Polia di Carola Bonfili (Roma, 1981) è stato ideato specificatamente per gli spazi di Fondazione Baruchello, nella sede romana di Monteverde Vecchio. Un lavoro intenso che costituisce un percorso costellato da sculture e da un video – di cui colonna sonora e progetto audio sono di Francesco Fonassi –  che trovano fonte d’ispirazione nel viaggio visionario e sognante di Polifilo protagonista del libro Hypnerotomachia Poliphili (1499). Volevamo indagare in maniera più approfondita la ricerca della giovane artista e abbiamo fatto qualche domanda alla curatrice Carla Subrizi.
Tempo e spazio si annullano nello loro linearità per porsi in una dimensione eterea, sognante, visionaria. Che tipo di “Tempo” parliamo? Che tipo di valenza ha quest’ultimo nel progetto della giovane artista?
«È molto importante la dimensione temporale in questo lavoro di Carola Bonfili. Ho conosciuto Carola alla fine degli anni Novanta. Studiava alla Sapienza. Poi la sua decisione di mettere le cose in pratica e cominciare a lavorare come artista. Ricordo di aver scritto un breve testo per una sua prima mostra e già allora era proprio il tempo, insieme al modo in cui prendeva forma con le sue immagini, che mi sembrava si presentasse in una maniera inedita e originale nel suo lavoro. Si tratta di un tempo che ha a che fare con l’intimità, un tempo della memoria, un tempo che monta e assembla frammenti provenienti dal sogno, dall’immaginazione visionaria che caratterizza tutto il lavoro di Carola, da luoghi dimenticati dalla memoria. Questo tipo di temporalità che è insieme continua, come in un flusso di coscienza, e discontinua, perché fatta di frammenti, credo che sia il modo attraverso il quale il tempo è oggi, più che mai, non una entità neutra, che definisce e misura, ma una entità sfaccettata, complessa, che si decostruisce continuamente, e che recupera su uno stesso piano la storia e la memoria, il sogno e la realtà più evidente.  È una forma di atemporalità che avvertiamo dove la “a” non è privativa ma una rinuncia al tempo come cronistoria, come articolazione in successione dei fatti. Con Carola Bonfili siamo in una dimensione anacronistica, in un senza tempo che permette di fare esperienza della simultaneità, dei tempi dimenticati, del rimosso, di un tempo labirintico, senza un inizio e una fine».
Carola Bonfili, Polia, 2019, progetto audio di Francesco Fonassi, Fondazione Baruchello, Roma
Nel libro Hypnerotomachia Poliphili (1499) è insita la metafora del cambiamento interiore sulla base della ricerca verso l’amore per la propria amata, verso l’amore ideale, quello che persegue il protagonista Polifilo. La forza che muove le ninfe di Carola Bonfili si basa sul desiderio di svelare il “non conosciuto”. Bene, a tal proposito e sulla scansione dei quattro episodi del video, a quale scibile giungono le protagoniste? Cosa acquisiscono durante il lungo viaggio e cosa lasciano alle loro spalle?
«Quello che posso esprimere è soltanto una interpretazione, una delle molte possibili. Spostandomi nelle sale della mostra, tra i molteplici elementi che presenta, il percorso è   guidato dalle ninfe che Carola Bonfili ci fa incontrare sin dall’inizio. Se quindi viaggiamo in compagnia di tre ninfe è chiaro che il viaggio sarà visionario, immaginifico, pieno di sorprese. Il viaggio si annuncia come un’avventura della mente, della sensibilità e del sapere. Il punto di arrivo,  nel libro di Polifilo,  identificato in un’amata idealizzata, oggetto d’amore e di tensioni differenti, sappiamo oramai che risponde a una iconografia e a una simbologia che considerano la donna come “immagine” ideale di bellezza, purezza, luce, etc. Qui tale relazione è ribaltata e il punto di arrivo nella mostra, non soltanto nel video, si dirama tra più traguardi verso i quali lo stesso frequentatore di Polia è invitato a incamminarsi: la libertà, l’autonomia, l’apertura, la coesistenza di intenti, il sapere come consapevolezza. Le ninfe ci accompagnano in un viaggio, che dissacra, spoglia, demonumentalizza (le sculture si indossano!), frammenta e recide, tra ostacoli e deserti reali come quelli del paesaggio montano della Valcamonica (nel video) dopo il disastro che ha abbattuto recentemente centinaia di alberi. Direi che Polia si lascia alle spalle la leggenda, la mitologia quando questa diviene pura sublimazione del reale, le simbologie che relegano genere e identità in immaginari idealizzati, e ci accompagna verso un diverso, seppur timido e cauto, desiderio di consapevolezza di se stessi».   
Carola Bonfili, Polia, 2019, progetto audio di Francesco Fonassi, Fondazione Baruchello, Roma
Polia fa parte del progetto Gran Tour Contemporaneo, iniziativa realizzata in occasione della 58′ Biennale di Venezia dal Comitato Fondazioni di Arte Contemporanea. Un bel traguardo che si annovera tra i tanti per la giovane artista che lei segue da tempo, può raccontarci come si è evoluto il suo percorso artistico? Quali sono i punti di forza della sua originale formalizzazione?
«Sì, infatti. Quando con il Comitato ci siamo incontrati per decidere cosa ogni Fondazione avrebbe proposto in un evento condiviso che sarebbe stato inaugurato contemporaneamente in concomitanza con la Biennale di quest’anno, ho subito pensato che per noi, la Fondazione Baruchello, doveva trattarsi di un giovane, semmai da noi stessi sostenuto sin dall’inizio. Pensare a Carola è stato immediato. Posso dire, per concludere, che Carola dall’inizio degli anni 2000 ha lavorato molto. Non mi piace vedere il percorso di un artista in maniera evolutiva, ma certamente posso dire che Carola non ha fatto che confermare con i suoi lavori, sempre molto pensati e che presentano un forte coinvolgimento personale, quello che sin dall’inizio era già evidente: desiderio di sognare, capacità di restituire  con forti immagini le proprie visioni spesso provenienti da immaginari, anche collettivi, inediti, libertà dalle tendenze, sapersi muovere con serenità e leggerezza su itinerari che richiedono non poco coraggio».
Valentina Muzi

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