Ripensare gli anni Settanta

di - 3 Agosto 2017
Eccole: ancora una volta, le opere dei maestri. Quei padri del contemporaneo che, tra gli anni ’60 e ’70, in una stagione di sperimentalismo incessante, hanno fatto saltare il banco, rimettendo in discussione il linguaggio e le ragioni dell’arte dalle loro fondamenta. Le vediamo, questa volta, a Jesi – opere di artisti centrali defilate in periferia, per una volta, o lì diffuse capillarmente – in una mostra intitolata “La densità del vuoto. Gli anni ’70 dell’arte”, nei locali della Fondazione Cassa di Risparmio della città marchigiana. Lo spazio è piuttosto piccolo e, corrispondentemente, lo è anche la maggior parte delle opere, per lo più esposte all’interno di cornici che pendono alle pareti, sorrette da catenelle: ciò che, per chi della “uscita dal quadro” fece un programma, sembra una contraddizione. Una contraddizione che, comunque, fa segno, poiché sta a testimonianza dell’arco di un percorso che ha portato questi artisti da una posizione avanguardistica di rottura – un luogo dove nulla è assicurato, dove volutamente ci si espone al rischio del fallimento e di una perdita di controllo – a quella consacrata di fondatori del lessico e della sintassi più in voga nelle opere di oggi. Ed è per questo loro ruolo attuale che è stato possibile al curatore Giancarlo Bassotti ideare su dei rivoluzionari una mostra «didattica» (secondo la definizione di Ubaldo Bartolini, artista maceratese incluso nell’esposizione) che li accomuna tutti, malgrado le differenze, all’interno di un semplice criterio cronologico e di un richiamo tematico al vuoto che essi contrapposero al pieno di prima, per scardinarlo.
Gino de Dominicis, D’IO (cassetta audio), 1971 Assemblaggio cm 7×11 Collezione privata
Di che tratta, dunque, la lezione dei maestri? Innanzitutto,  troviamo documentazione delle principali linee di ricerca italiane che, dall’inizio degli anni ’60, hanno operato in vista di un superamento dell’Informale: vi sono le opere di Arte programmata di Getulio Alviani, le estroflessioni di Enrico Castellani, la sensibilità realistica e pop di Mimmo Rotella. Troviamo poi, in un contesto internazionale, l’apertura dell’arte ad una dimensione pedagogico-politica che superi il confine tra arte e vita, con la lavagna (Senza titolo, 1977) di Beuys; nonché gli esiti di una rigorosa ricerca metalinguistica con le opere Text-Context (1978) di Kosuth e Mimesi (1975) di Paolini. Accanto a Paolini, sono presenti naturalmente anche gli altri esponenti dell’Arte Povera: uno degli Alfabeti di Kounellis, un Quadro specchiante di Pistoletto, un disegno infantile di Pascali
Joseph Beuys, Senza titolo, 1977 Lavagna cm 25×17 Collezione privata
L’elenco delle opere potrebbe continuare a lungo, ma non è utile sostare su cose ben note. Basti evidenziare la grande varietà di approcci, che diede luogo ad una altrettanto varia serie di raggruppamenti e definizioni – ciò che Jean-Luc Nancy ha chiamato arte sovrannumeraria – nel seno di una generale unità d’intenti descrivibile come il passaggio da un’arte di rappresentazione a un’arte di presentazione e di azione, e il primato dell’idea e del processo sulla forma. Ciò che conviene rilevare in tale raduno dei maestri è come essi, insieme, ancora oggi costituiscano un appello: ed è proprio questo appello a costituire il senso della loro lezione. In altre parole, le opere degli artisti di quegli anni ci sollecitano inevitabilmente a misurare quello che ci accomuna o ci distanzia da loro. Quanto alle similarità – come si diceva – essi sono i fondatori del linguaggio attuale: si può dire che la grande maggioranza delle opere di oggi si esprime in una lingua di koinè post-concettuale. Oggi, per via del loro esempio, tutti i mezzi artistici e non artistici sono disponibili, e la correlativa pratica dell’installazione è quasi universale.
Emilio Prini, B.S.F. 136, 2006 Matita su legno cm 80×43 Collezione privata
Che cos’è invece che ci differenzia? Essenzialmente, che noi ci troviamo in un punto della Storia molto diverso rispetto al loro. Non è cosa da poco, perché di riflesso implica che il linguaggio odierno, formalmente derivato dal loro, sia in realtà molto diverso. Come proprio questi maestri ci hanno insegnato, con la mostra del ’69 a cura di Harald Szeemann, a diventare forme sono infatti gli atteggiamenti. Ciò significa che se un linguaggio d’avanguardia è istituzionalizzato ed entra così a far parte di un establishment, ipso facto non è più lo stesso linguaggio. Allora ecco l’appello: più che nella forma, la lezione è nell’atteggiamento. Ovviamente non si tratta di tornare ad una idea di avanguardia, che sarebbe impossibile, poiché la nozione stessa è implicata in una concettualizzazione lineare della Storia oggi venuta meno. Da “post-postmoderni” quali noi siamo, difficilmente siamo sedotti dalle sirene del sol dell’avvenire. Ciò che possiamo fare è prospettare delle alternative all’interno di uno schema non rettilineo, ma sfaccettato e a più dimensioni. L’insegnamento, in sintesi, è di non accontentarsi mai di ciò che c’è, perché ciò che non c’è può essere creato, e se non è il futuro è comunque altro. L’arte è nell’esporsi fermamente e consapevolmente al rischio, magari anche contro i maestri stessi. Che siano loro, per certi aspetti, “il quadro” da cui oggi bisogna uscire?
Antonio Vannini

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