Tutti i graffiti del mondo

di - 4 Luglio 2015
“Graffiti is not vandalism but beautiful crime”, scriveva Bando (vero nome Philippe Lehman) negli anni Ottanta sui muri di Parigi. Da allora il cammino è stato lungo per il grafitismo che ha elaborato diverse tecniche per esprimersi tra cui la pittura aerosol. Si arriva così al Pressionnisme o Pressure Art corrente che ha fatto storia e che è raccontata alla Pinacothèque di Parigi (fino al 13 novembre) con centotrenta opere tutte su tela, attraverso una selezione che va dal 1970 al 1990, da Basquiat a Bando. Il percorso, curato da Alain-Dominique Gallizia, noto architetto che possiede una delle più grandi collezioni di graffiti al mondo, mette qui in prospettiva i capifila di questo movimento artistico considerato ad oggi tra i più interessanti della fine del secolo scorso.
Ai suoi esordi, il movimento viene bollato come incolto ed immeritevole, eppure ha solcato le strade del mondo come poche altre correnti artistiche. «La Pinacoteca di Parigi, vuole mostrare come si sia ignorato in 40 anni una delle più fantastiche rivoluzioni artistiche del secolo passato. Come hanno potuto le istituzioni dimenticare dei geni come Rammellzee, senza rendersi conto che si commettevano gli stessi errori fatti nei confronti degli Impressionisti, alla fine del diciannovesimo secolo? E se la generazione della bomboletta fosse la vera rivoluzione artistica?», afferma Marc Restellini, fondatore e presidente della Pinacoteca.

Scopriamo così che la Pressure Art, nome che gli viene dall’uso della bomboletta aerosol, era a suo agio in atelier e nei rigidi margini di una tela, diventando permanente e non più effimera, trasportabile e non fissa. La riconosciamo certo attraverso il tag, una firma elaborata e figure ripetitive, vedi Stay Hight 149 con il suo noto personaggio stilizzato con l’aureola che fuma, ispirato alla serie televisiva The Saint interpretata da Roger Moore.
La mostra ne ripercorre la storia partendo da un gruppo comunitario newyorchese per lo più di origine ispanica, e così ritroviamo, già nel 1973, Coco e Phase 2 che si uniscono a Hugo Martinez nell’United Graffiti Artists per dipingere su tela ed esporre presso la Galleria Razor a Soho. Mentre nel 1980 Sam Esses invita questi writers a realizzare quadri nel suo atelier, per creare una prima collezione purtroppo oggi dispersa. Seguono altre mostre fino alla grande “Post Graffiti” alla Sidney Janis Gallery nel 1983 alla quale partecipano i più noti.

Ma chi sono questi artisti? A-One con Toxic sono tra i più grandi coloristi del movimento, Jean-Michel Basquiat e Keith Haring non hanno certo bisogno di presentazioni, Coco e il suo stile minimalista, o il Wild Style di Phase 2, Futura e il suo gesto spaziale, Quik, tra temi sociali e personaggi ispirati ai Comics, Lady Pink, caratterizzata da uno stile realista, è l’unica donna della prima generazione di questi artisti, qui presente con un autoritratto. Ecco poi Rammellzee maestro dello spazio nonché musicista di genio «lo Screamin’Jay Hawkins del rap» (da Rap. Storia di una musica nera di David Toop) o Bear e il suo discorso politico, e non mancano artisti iperrealisti come Mode 2 e T-Kid.
Ricordiamo anche uno dei pionieri del graffiti, Blade, colui che ha dipinto oltre 5000 vagoni della metro newyorchese senza mai farsi arrestare oltre ad aver introdotto l’effetto 3D nel suo lettering, ma anche Crash artista precoce, questo ha iniziato a tredici anni, e che a ventidue anni entra alla Sidney Janis Gallery di New York e che oggi è nella collezione del MoMA
La creatività straripante e la grande varietà di stili artistici, è dovuta anche ad una competizione aperta e schietta tra di loro, che li porta a realizzare telai anche attraverso il recupero di oggetti, oltre a dedicarsi all’uso di caps, i cappucci delle bombolette, in maniera sempre più efficiente ed abile, ottenendo spruzzi elaborati per realizzare i dettagli più netti. E non si tratta affatto di improvvisazione, perché per riuscire a padroneggiare la bomboletta ci vogliono almeno cinque anni di pratica.

Una parte della mostra è dedicata all’asse Parigi-New York che risale al 1983, in entrambe le città la parola d’ordine è “tag ad oltranza e graffiti con scienza”, e gli artisti dimostrano di avere una cultura comune, tanto che Obama chiede di realizzare una tela insieme come simbolo di riavvicinamento tra i due Paesi dopo i dissensi sull’Irak. I più grandi nomi partecipano al progetto, tra questi Rammellzee, Toxic e Koor che eseguono una tela a sei mani. Un balzo indietro ci riporta nella Francia negli anni ’70 quando Gérard Zlotykamien, tra gli iniziatori dell’arte urbana in Francia, dipinge sui muri di Parigi delle figure umane per metterle subito dopo su tela ed esporle in galleria con la serie intitolata Ephémères.
Intanto, nel 1979 nasce il gruppo PCP (Paris City Painters). Ma il grafitismo di tradizione americana degli anni ’70 e ’80, è importato in Francia nel 1983 da Bando, pioniere della Pressure Art in Europa, è lui che fa venire in Europa, tra i tanti, JonOne. E la tela di Bando Les Nymphéas du Graffiti, (1984, pittura aerosol su tela, 90 x 800 cm, Collezione privata, Parigi), incredibile variazione del capolavoro impressionista, chiude in bellezza un’esposizione inaspettata.
Livia De Leoni

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