Installation view, Società delle Api. Ph Gerardo Gaetani
Quando nel 2012 lo scrittore Mario Vargas Llosa pubblicò il volume La civiltà dello spettacolo, nell’introduzione, che ha tutti i toni un’accusa, riconosce in modo sentenzioso che la cultura ha subìto una metamorfosi. Questa trasformazione, oltre a condurla in una crisi profonda, l’ha portata a vivere una fase di decadenza, trattando con facilità e superficialità questioni culturali per trasformarle in occasioni di intrattenimento. Tale forma di rischio potrebbe sfiorare qualsiasi categoria culturale, anche quella in rapporto a una rete urbana, come quella della città di Roma, caratterizzata da una estensione complessa e stratificata allo stesso tempo.
Sebbene la capitale disponga di innumerevoli risorse, grazie alla ricchezza del suo patrimonio storico, negli ultimi mesi si è assistito alla diffusione di numerose iniziative private dedicate alla ricerca dell’arte contemporanea. Si tratta di luoghi che offrono percorsi culturali alternativi rispetto ai tradizionali circuiti museali, di gallerie e fondazioni. Di norma istituiti da personalità del mondo della cultura, nutrendosi e coltivandosi di passioni personali, frutto di studi e ricerche, si muovono su approcci indipendenti. Tra queste iniziative rientra l’apertura dell’organizzazione no profit fondata nel 2018 da Silvia Fiorucci, la Società delle Api, trasferita di recente da Monaco a Roma. Situata nel Rione Campo Marzio, nella dimora progettata da Marco Bay e abitata dall’architetto degli anni Trenta Vittorio Morpurgo, la Società ha inaugurato la propria sede coinvolgendo oltre settanta artisti con un allestimento diffuso in tutti gli spazi dell’abitazione.
Ed è soprattutto questo il senso della mostra: aprire al pubblico con un insieme di opere in formato A4, raccolte in semplici cornici di legno neutro: una scelta attenta verso gli spazi, i legami di amicizia e intese che intercorrono tra la fondatrice e tutti gli artisti partecipanti. Sebbene alcuni lavori siano di particolare interesse per la fattura e lo spirito d’ideazione, rappresentano anche una forma di vivida testimonianza di amicizia, stima reciproca e passione che lega Silvia Fiorucci a tutti i coinvolti. La presenza ricorrente nelle opere di una dedica personale, altrimenti un riferimento esplicito alle api e alla loro naturale operosità, ne è un tratto rilevante.
La scelta di questo insetto come simbolo identitario della Società caratterizza la comunione di intenti e il lavoro collettivo, caratteristiche che dovrebbero essere sempre presenti nel sistema dell’arte contemporanea. Una modalità progettuale che assume le forme di una scoperta condivisa rispetto a qualcosa che verrà costruito durante la programmazione. La Società delle Api si presenta quindi come uno spazio anticonformista, dalla forte permeabilità tra il mondo della cultura, quello delle passioni personali e gli interessi collettivi. Da qui deriva l’intenzione di Silvia Fiorucci di offrire un luogo fisico a chi abbia la necessità di approfondire i propri studi, attraverso lo sviluppo di progetti editoriali, l’apertura di una biblioteca e l’organizzazione di mostre e iniziative espositive più articolate, soprattutto con la presenza di un ambiente ospitale adibito a residenza d’artista.
Una scelta visionaria volta a modellare sistemi comuni affinché il pubblico partecipi attivamente. Non sorprende quindi se i settanta artisti coinvolti nell’iniziativa, provenienti da diversi ambiti tra pittura, scultura, installazione, design, video arte, pur nella loro eterogeneità espressiva siano stati chiamati a confrontarsi con un formato condiviso. Tutto ciò ha permesso di concepire questo evento di apertura non tanto come una semplice somma di esperienze, quanto invece come una fusione di sensibilità e valori per la creazione di una mappa affettiva. Pertanto, in opposizione alla visione tanto pessimistica quanto realistica di Llosa, la cultura e l’arte contemporanea in particolare, anche nell’epoca della loro presunta dissoluzione, si configurano piuttosto come una metamorfosi ancora in divenire. Un lavoro il cui valore si soppesa nelle tracce che lascia e nel modo in cui riesce a costruire sviluppo e diversità culturale.
Quel che più colpisce di questa iniziativa è il fatto che la Società delle Api non abbia una delega univoca circa la direzione artistica, avvalendosi di un Advisory Board che affianca il lavoro della fondatrice: un gruppo ibrido composto da artisti, direttori di musei e collezionisti. Probabilmente è proprio questa flessibilità a garantirne la positività della scelta e contrariamente da quanto affermava Llosa, è capace di incidere costruttivamente e positivamente, senza alcuna spettacolarizzazione sugli scenari di una città che, per una sete fisiologica, accoglie impulsi culturali sempre più crescenti, assieme a nuove strategie capaci di segnarne l’assetto e la storia.
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