Ustica senza risposte

di - 26 Giugno 2018
Erano le 20:59 del 27 giugno 1980. Il volo di linea IH870, partito da Bologna e diretto a Palermo, è abbattuto a largo del Mar Tirreno, sui cieli di Ustica, 70 km a nord dal capoluogo siciliano. Ottantuno le vittime. Un processo lungo quasi quarant’anni ha definito la tragedia come una delle più feroci stragi dell’Italia del Secondo dopoguerra. E in tutti quest’anni, inconsolabili, i parenti delle vittime non hanno mai smesso di chiedere giustizia per un incidente di cui nessuno voleva assumersi le colpe.
E mentre i tribunali tardavano nelle loro risposte, essi si costituiscono in associazione, e hanno dato vita a un’azione collettiva per non dimenticare e testimoniare la loro volontà di non arrendersi. Il 27 giugno 2007, a 27 anni di distanza dalla tragedia, è stato inaugurato a Bologna il Museo della Memoria di Ustica, un museo unico nel suo genere e di cui oggi parliamo con Daria Bonfietti, Presidente dell’Associazione delle Vittime per la Strage di Ustica e promotrice delle iniziative che ne portato alla sua costituzione.
Avete scelto di realizzare un museo e non un semplice monumento e oggi Bologna custodisce la memoria di una delle pagine più dolorose della nostra storia recente. Cosa vi ha spinto in questa scelta?
«Fin dai primi momenti, la nostra preoccupazione era legata alla sua fruizione, alla progettazione di un luogo che fosse non un semplice passaggio, ma offrisse un momento di riflessione sentito e concreto per la nostra perdita. Non ci serviva un monumento, noi chiedevamo un luogo in cui poter ricordare. Erano gli anni Novanta. Le immagini del relitto conservate a Pratica di Mare, ci colpivano e ci ponevano davanti alla questione di cosa fare con la memoria tangibile di questa nostra tragedia, che fine avrebbe fatto l’aereo su cui viaggiavano i nostri parenti una volta terminata la custodia per le indagini? La sua perdita ci angosciava: quella carcassa ripescata a oltre 3500 metri di profondità era ed è per noi il simbolo di tante cose a livello personale ma anche il simbolo della nostra battaglia per scoprire la verità».
Museo della Memoria di Ustica
Accolto all’interno del Parco della Zucca, cuore del quartiere Bolognina e poco distante dalla Stazione Centrale, il Museo ha trovato dimora all’interno di uno degli ex capannoni del trasporto pubblico cittadino, per anni deposito per i tram in disuso. Per una singolare coincidenza, la memoria del viaggio, centrale in questa tragedia, si rispecchia anche nella natura stessa del luogo che la ospita.
«Fu una scelta dell’allora sindaco della città di Bologna, Walter Vitali, che assieme a tutte le istituzioni cittadine, rispose con molto impegno nel trovare un luogo idoneo a ospitare quello che rimaneva del DC9 dell’Itavia. Nel 2001 c’è stata poi la firma del Protocollo di Intesa tra Ministero dei Beni Culturali, Ministero di Grazia e Giustizia e i tre enti locali Regione Emilia Romagna, Provincia e Città di Bologna, che hanno portato all’avvio delle pratiche burocratiche per la realizzazione del Museo».
Christian Boltanski firma qui uno dei suoi interventi più emozionanti, senza dubbio tra le sue opere migliori. Come è nata l’idea di coinvolgerlo?
«È stata una scelta che è venuta parlando con l’architetto che ha seguito i lavori, Gian Paolo Mazzucato. Insieme abbiamo deciso di aggiungere alla progettazione del museo un linguaggio altro, quello dell’arte, che ci aiutasse, se così si può dire, a fare memoria di questa vicenda. Ci sembrava che il relitto in sé potesse non essere sufficiente ad alimentare questa tensione, a portare avanti questa necessaria continuità di attenzione che volevamo riservare alla nostra vicenda. Avevo da poco visto la mostra di Christian Boltanski al PAC, a Milano. Era il 2005. Conoscevamo già il suo lavoro, ma dopo aver visitato quella mostra abbiamo deciso che lui era l’artista con la giusta sensibilità. L’abbiamo incontrato pochi mesi dopo, in occasione di un suo intervento al Teatro Valli di Reggio Emilia. Boltanski era interessato al nostro progetto, ma non senza ritrosie. Il suo è un lavoro che parla di vita e morte, in senso collettivo. Noi gli stavamo chiedendo un lavoro specifico, dedicato a ottantuno persone realmente esistite e vive nei nostri ricordi. Ma lui sapeva che la nostra era anche una vicenda collettiva. Oltre i nostri morti, c’era una tragedia su cui lo Stato Italiano ci stava negando la conoscenza della verità. Di lì a un anno, Boltanski ci avrebbe confermato la sua partecipazione».
Museo della Memoria di Ustica
E sarà questo l’inizio di un rapporto, tra l’artista francese e la città di Bologna destinato a saldarsi nel tempo e durare a lungo.
Quel che resta della grande carcassa del DC9 Itavia viene mostrato al centro di uno spazio industriale spoglio, assoluto e sacro nella sua visione. Dall’alto si calano ottantuno lampadine, la cui luci ci raccontano le anime di chi oggi non c’è più, accese o spente al ritmo di un respiro. Nove grandi casse nere, attorno raccolgono le tracce della vita di ogni: Boltanski vi depone all’interno gli oggetti recuperati nelle vicinanze del relitto, che restano custoditi e protetti, ma celati allo sguardo di chi li cerca. A nessuno è permesso di avvicinarsi al relitto, che resta visibile solo dall’alto percorrendo un lungo ballatoio che segue il perimetro del museo. E lungo questo percorso obbligato, ottantuno specchi neri, uno per ogni vittima della tragedia, raccontano i pensieri di quei passeggeri: le voci di uomini, donne e bambini sono trasmesse da altoparlanti nascosti dietro il vetro scuro, che ci coinvolgono in un flusso di pensieri, di momenti di una quotidianità che sarà presto interrotta. Arduo è il tentativo di restare indifferenti: Boltanski mostra la fragilità dell’esistenza umana, il relitto del DC9 ricorda che non è l’arte ma la crudeltà della vita che si ha davanti. Tutti i musei in qualche misura, sono luoghi della memoria. Solo alcuni, però, sono esplicitamente dedicati al ricordo di un evento specifico. Il Museo della Memoria di Ustica è però un caso sui generis che non ha paragoni in Italia e forse in Europa tutta. Ci racconta di ottantuno sconosciuti che diventano una parte di noi stessi; di un dolore privato e intimo che è anche un dolore collettivo e partecipato; di un legame che va oltre ogni forma di separazione.
Leonardo Regano

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