Parla di “caso estremamente importante”, Danilo Eccher, riferendosi a Nunzio che definisce “una delle grandi voci della scultura contemporanea”. Il direttore del Macro è anche curatore delle due mostre, Nunzio e Jenny Saville, che inaugurano il programma espositivo del 2005. Non si tratta però di una retrospettiva, come sottolinea Eccher: l’attenzione è focalizzata su alcuni snodi del complesso linguaggio dell’artista, dagli esordi degli anni ’80 ad oggi. Un linguaggio iniziato sconfinando talvolta dalla pittura alla scultura, e contraddistinto nel suo percorso dall’uso di materiali diversi: gesso, legno combusto, ferro arrugginito, piombo.
E’ indubbiamente un curriculum importante quello di Nunzio di Stefano (nato nel 1954 a Cagnano Amiterno, un paese vicino L’Aquila), attivo a Roma in quel grande contenitore di creatività che è l’ex Pastificio Cerere di San Lorenzo. Nunzio è stato allievo di Toti Scialoja all’Accademia di Belle Arti di Roma e vincitore di prestigiosi premi nazionali e internazionali come alla Biennale di Venezia (miglior giovane artista nel 1986 e menzione d’onore per la sala personale nel 1995), all’Accademia Nazionale di San Luca (premio Presidente della Repubblica nel 1998).
Sono una decina le sue grandi opere-chiave esposte nelle sale del secondo piano del Macro, tra cui Mediterranea (1989), Opale (1991), Quarto ponte (1981), Luogo (1993), Piuma (1982).
Gessi come morbide e irregolari matasse di cotone, piombi come lucidi rasi di seta o rigidi taffetà, legni combusti con l’effetto cangiante del moiré o la trama del velluto, come un alchimista d’altri tempi Nunzio cattura gli elementi della natura e li trasforma. L’incidenza della luce sui metalli è importante quanto la sua assenza, come nei legni combusti dove con il fuoco ottiene un nero profondo, ricco di venature. La pulizia quasi minimale delle forme, una caratteristica della sua espressione artistica, è tutt’altro che fredda.
E’ un’esperienza mentale che suscita quella tattile. Guardando sempre più da vicino le plissettature del metallo o i riflessi cangianti del legno viene in mente un confronto azzardato. Più che un confronto, in realtà, è un gioco di prestigio che accomuna due personaggi così distanti: Nunzio e Roberto Capucci. Sì, proprio Capucci, sarto-stilista-artista che costruisce i suoi abiti come fossero sculture, piegando il tessuto – effetti cromatici inclusi – nei vortici geometrici dei volumi. Nunzio è dal canto suo uno scultore che rende la materia duttile come fosse un tessuto morbido e prezioso. La radice comune, in fondo, è la stessa. Entrambi sollecitano le potenzialità della materia, la trasformano. E, soprattutto, risvegliano le emozioni.
manuela de leonardis
mostra visitata il 19 gennaio 2005
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Assolutamente d'accordo con Danilo Heccher
“una delle grandi voci della scultura contemporanea”, ottima proposta del MACRO.
Raffaello Paiella